XIII Congresso Nazionale USACLI

Relazione introduttiva di Alfredo Cucciniello

Amici congressisti, ospiti, delegati, va a tutti voi il più sentito ringraziamento, mio e della Presidenza Nazionale dell’US Acli per la presenza e per i contributi che vorrete portare al dibattito di questo nostro XIII Congresso Nazionale: un’assemblea che rappresenta il traguardo, la conclusione di una intensa stagione cominciata sin dal mese di dicembre e che, come nelle nostre migliori tradizioni, è stata impegnativa, faticosa, ricca di proposte, incentrata sul dialogo e sul confronto, tra di noi, con le Istituzioni e con tutti i soggetti attivi e rappresentativi dell’associazionismo sportivo. Una lunga corsa a tappe, fatta di oltre 4.000 assemblee di base e 120 congressi tra provinciali e regionali segnati da alcune parole chiave quali radicalità, rigenerazione, rinnovamento.
Radicalità, ossia l’ancoraggio forte ad una storia che è ormai lunga 65 anni, al pensiero fondativo, a quei valori e a quelle fedeltà che non sono negoziabili, alle scelte indiscutibili.
Rigenerazione, ovvero una rivisitazione e riprogettazione del modello associativo, sia in termini organizzativi che valoriali. Ci siamo messi in discussione, dalla più piccola alla più grande delle nostre realtà, per costruire una dimensione sempre più capace di affrontare le sfide lanciate da una società in continuo mutamento.
Rinnovamento per superare alcune rigidità senza prospettive e per rendersi il più possibile aperti a stimolare ed intercettare nuove domande, nuovi bisogni e nuove fasce di cittadinanza, esprimendo inedita politicità. Un rinnovamento che significhi anche ridefinizione del pensiero strategico e non solo ricambio della classe dirigente. Anche se, su questo versante , mi pare significativo segnalare che abbiamo ben 40 nuovi presidenti provinciali e 9 nuovi presidenti regionali, che diventeranno presto 11.
Democrazia e diritti - Certamente tutti noi continuiamo a vivere le scadenze congressuali come momenti particolarmente importanti e vitali per la nostra associazione e non come la semplice celebrazione di un rituale. Di fatto sappiamo bene che porsi ogni quattro anni il problema di ridefinire gli assetti, di eleggere con vere e proprie votazioni quanti si assumeranno la responsabilità di guidare l’US Acli negli anni a venire, è un segno forte della nostra fedeltà alla democrazia: un valore di fondo nelle Acli e nell’US Acli, proprio a cominciare dal nostro interno con la vigilanza sul rispetto delle regole e dei processi democratici alla base della vita associativa.
Non a caso, spesso la nostra lentezza nel modificare le cose - che qualche volta può diventare un limite e che sovente ci viene rimproverata- parte veramente dalla volontà di coinvolgere tutti dentro le discussioni e i confronti che preludono le scelte. E non a caso, il nostro rispetto per i diritti che è alla base delle più tenaci battaglie di tanti anni per il diritto d’accesso ad una pratica sportiva a misura di ognuno, per il riconoscimento della natura sociale dello sport per tutti, ha le sue radici più profonde nel rispetto per i valori della democrazia, non potendo l’una esistere senza gli altri.
Sviluppare energia democratica - “Riguardo le regole del gioco non è possibile lo scetticismo” afferma la piattaforma congressuale richiamando Huizinga e il suo “Homo ludens” “ perché non appena si trasgrediscono le regole, il mondo del gioco crolla”.
Lo stesso avviene per le regole della democrazia, essere scettici provoca crolli incommensurabili. Per questo, compito irrinunciabile dell’US Acli che uscirà dal Congresso sarà quello di assumersi la responsabilità di mantenere e sviluppare tra noi e nel mondo sportivo quella robusta energia democratica che da sempre ci caratterizza.
C’è urgenza in questo. Perché in una situazione come l’attuale, è lo stesso concetto di “diritto” che sembra allentarsi, confondersi, perdersi: quando un diritto non viene condiviso, si tende a dimenticare che proprio perché è un diritto lo si può esercitare o meno. E’ questa la bellezza della democrazia. Se pensiamo allo “sport per tutti”, pensiamo che praticarlo non è un dovere ma un diritto: diritto di promuovere la propria corporeità, il proprio benessere, la propria salute. E’ un diritto che si può riconoscere o meno ma non lo si può negare ad altri, ad esempio non creando – come ancora succede – le condizioni concrete per valersene. Sostenere la cittadinanza del diritto, la sua legittimità democratica, è dunque il fondamento del nostro impegno a sostenere ogni diritto di cittadinanza. Anche quello dello sport sociale.
Fare squadra - Il nostro XIII Congresso non apre su tempi facili. Anche per questo credo sia doveroso fare un augurio ai nuovi presidenti, a coloro che hanno accettato la scommessa di guidare l’US Acli, di assumersi questo incarico e gli oneri che sicuramente ne derivano.
E un ringraziamento sincero, sentito, caloroso, va a quanti hanno concluso un ciclo e con spirito di servizio continueranno – con responsabilità e ruoli diversi – a spendere tempo, entusiasmo, passione e competenze per questa associazione che, fin dalla nascita, ha scelto di privilegiare il team, il “fare squadra” piuttosto che la via del presidenzialismo.
Sono convinto che rinnovare la scelta di fare squadra sia una decisione essenziale, non solo da sostenere perché razionalmente è un buon metodo di divisione del lavoro e dell’impegno. Sappiamo che nello sport una squadra non sempre fa squadra, non sempre sa cioè mettere in campo capacità, razionalità e passione di gioco di ognuno per arrivare “diritta alla meta”.
Poiché siamo un’associazione fatta di persone, fare squadra significa suscitare ed esprimere insieme alla consapevolezza, l’emozione della responsabilità. L’emozione di condurre un gioco e di portarlo a termine. Senza emozione non si suscita azione. Senza azione non c’è promozione, diffusione di valori e di iniziativa efficace.
Assumere responsabilità – Di fatto nel fare squadra, l’assunzione di responsabilità – che è comunque un passaggio delicato e importante per la vita di una associazione democratica – rivela quanto lo sia anche e soprattutto per la vita delle persone poiché ne mette in gioco motivazioni, investimento, aspettative prima ancora che saperi e competenze. Già nel quadriennio trascorso l’investimento su dirigenti e operatori territoriali è stata una scelta politica forte dell’US Acli, ben sapendo che far crescere classe dirigente preparata, orientata al sociale, responsabile, richiede un grande sforzo di gestione politica, organizzativa, formativa.
Richiede anche cura e attenzione particolari per evitare il rischio di scivolare nella logica che Bauman, il filosofo della vita liquida, definisce con la metafora del “campeggio di roulottes”. “E’ come se ognuno di noi vivesse la sua organizzazione di appartenenza come una roulotte parcheggiata in una piazzola, in un campeggio in cui ci sono molte altre roulottes, nel quale si sviluppano anche buone relazioni di vicinato […] ma ciò che conta è che ognuno possa vivere la sua vacanza in tranquillità, senza essere disturbato dal vicino”. Dandosi da fare per affrontare i problemi posti dalla società in cui si vive e dagli obiettivi che ci si pone, è facile entrare in questo meccanismo.

Perché di fronte alle tante questioni che presenta la propria organizzazione, spesso si pensa che sia in fondo inutile farsi carico, assumersi responsabilità di problemi in apparenza legati solo alla struttura e alla gestione del “campeggio” (che non è nostro) e in definitiva lontani dalla propria realtà.

Assumere responsabilità è invece qualcosa di più del mettersi a disposizione per una sia pur ottima gestione della quotidianità. E’ immaginare il futuro, è muoversi su orizzonti fluidi che non stanno fermi ad aspettare di essere raggiunti; agire nel sociale richiede ai dirigenti dell’US Acli dai quali dipendono le politiche, le linee, le scelte territoriali compiute dall’associazione, di intercettare i bisogni della gente; di sperimentare una realtà sempre più ricca di stimoli, di sfide, di attese di cambiamento; di verificare in concreto i continui spostamenti di frontiera dello sport, con tutte le sue opportunità e i suoi rischi.

Un’organizzazione a rete che “fa rete” - La necessità di muoversi su questo orizzonte più ampio, l’aumento della differenziazione sociale che richiede una forte articolazione localistica e settoriale, portano problemi inediti di coordinamento e di rappresentanza. Il problema non nasce oggi. Già il XII Congresso aveva messo in evidenza che “per essere in grado di cogliere e interpretare le domande di senso e di identità che emergono dal sociale” le grandi associazioni nazionali come le Acli e come l’US avrebbero dovuto continuare a costruirsi e svilupparsi come organizzazioni a rete.
Molto più che un collegamento e una interazione tra le parti di un sistema ma una organizzazione a rete che fa rete tra organizzazioni con culture organizzative anche molto diverse tra loro, con diversi interessi e poteri.
Penso ad esempio agli Enti di promozione, al Coni, all’istituzione scolastica, all’ente locale e così via. E’ di fatto una scelta “politica” perché innesta un processo verso una comunità capace di individuare e gestire i problemi che nascono al suo interno e talvolta di risolverli.
Consolidare lo spirito di appartenenza – Mi è stato chiesto più volte negli ultimi tempi, di fare un bilancio di questo quadriennio. Una valutazione che è soprattutto compito del Congresso; di quanti oggi sono qui presenti e di quanti sono lontani ma già si sono espressi negli appuntamenti territoriali. Tuttavia credo che si possa mettere fin da ora tra gli aspetti positivi del bilancio, un significativo consolidamento dello spirito di appartenenza all’associazione, più marcato o quantomeno più visibile rispetto a pochi anni fa.
E’ un fatto molto importante perché l’orgoglio dell’appartenenza è frutto di legami associativi robusti che nascono là dove c’è relazione, si creano tra persone che hanno e riconoscono di avere una storia comune, condividono una cultura ed esperienze significative, hanno un proprio linguaggio, obiettivi comuni. Una marcia in più per tutta l’US Acli, un richiamo a quell’ ”insieme si può” che è stato – ed è ancora - uno degli slogan più densi di significato, più trainanti ma anche più simbolicamente espressivi della comunità aclista.
Penso che il consolidamento dello spirito di appartenenza derivi in gran parte da quella “cura dell’associazione” (in altri termini “cura della relazione”, del nostro patrimonio sociale) che è stata una delle priorità indicate dal precedente Congresso ed oggi un punto di partenza per immaginare e costruire futuro.
Un quadriennio ad ostacoli - Chiudiamo un quadriennio che, come e forse più del precedente 2001/2005, è stato irto di ostacoli e di insidie. Non a caso si è in qualche modo dovuto allentare l’attenzione sulla cura della rete associativa, sul sostegno delle capacità progettuali; sullo sviluppo e sulla formazione di classe dirigente e quadri tecnici e sulla promozione di nuove iniziative, perché abbiamo dovuto far fronte a problematiche ed adempimenti che hanno appesantito la nostra attività, rallentando il processo di sviluppo complessivo dell’Associazione.

Abbiamo rischiato di annegare nelle sabbie mobili di burocratismi spesso inutili, che stridono con la naturale evoluzione del percorso dello sport per tutti, che penalizzano e scoraggiano il volontariato alla base del movimento sportivo, senza il quale probabilmente non ci sarebbe più lo sport.

Soprattutto, in questi ultimi anni ci siamo trovati a dover giustificare e difendere il riconoscimento del Coni, confermato solo per quegli Enti che riescono ogni anno ad iscrivere come minimo 1000 ASD distribuite su almeno 15 Regioni e 70 Province al Registro istituito presso il Coni.

Abbiamo sempre contestato il Registro, ritenendolo strumento farraginoso, che appesantisce e che a nostro avviso risulta poco attendibile anche quale certificatore e fotografo delle varie realtà associative. Siamo sempre stati convinti che una verifica sui numeri degli EPS dovrebbe essere fatta e che non basti l’autocertificazione ma che sarebbe utile l’uso di strumenti diversi, soprattutto se i numeri vengono utilizzati per determinare sostegno e contributi per le attività.
Si potrebbe, per esempio, chiedere agli Enti di esibire i contratti assicurativi, dato che l’assicurazione è obbligatoria e da quelli ricavare il numero effettivo degli iscritti. Una verifica molto attendibile sarebbe possibile con il coinvolgimento e la corresponsabilizzazione dei Comitati provinciali del Coni: un Presidente del Coni sa quali sono gli Enti realmente presenti sul territorio e in che misura; un Presidente del Coni legge i quotidiani e i settimanali che escono nella sua Provincia e sa bene chi promuove attività e chi esiste solo sulla carta. Le sedi territoriali del Coni, al pari degli uffici del Foro Italico, potrebbero anche ricavare attraverso le presenze negli organismi del Coni, quali siamo gli Enti realmente rappresentativi di una realtà organizzata e “consistente”.
Tuttavia, avremmo preferito che insieme a numeri certi venisse verificata e valutata soprattutto la progettualità degli Enti e la ricaduta della loro attività in termini di benessere sociale.
Mi è capitato in questi mesi di leggere editoriali su qualche house-organ, di Enti che agitano le graduatorie del Registro ASD come clava e trofei di guerra, sostenendo che chi avversa o critica il Registro lo fa perché non può più dare i numeri fasulli con le autocertificazioni.
Noi che con l’autocertificazione non abbiamo mai barato, sosteniamo che neppure il Registro è attendibile, perché potrebbe agevolare proprio i furbi se è vero, come è vero, che una Polisportiva può essere registrata più volte; potrebbe agevolare i furbi perché permette di essere registrata a cinque società che hanno la stessa sede sociale; potrebbe agevolare i furbi perché consente la registrazione a ristoranti e pizzerie e perfino a qualche circolo privato dove si pratica lo scambio di coppie.
Il Registro è poco attendibile perché potrebbe consentire, con un modesto investimento economico, la registrazione di uno Statuto di società inesistente e poi perché consente la registrazione attraverso il clic di un operatore all’uopo dedicato.
Burocratizzare lo sport per tutti - Ho utilizzato il condizionale “potrebbe agevolare”, “potrebbe consentire” che rimanda ad una eventualità, ad una ipotesi. Ma avrei potuto usare anche un più perentorio indicativo presente: agevola, consente.
Chi non ha una rete territoriale da sostenere ed ascoltare; coloro che possono permettersi di regalare le tessere ed offrire denaro ai dirigenti territoriali di altri Enti; chi si affida a procacciatori locali dando vita ad una sorta di franchising, può permettersi di accettare acriticamente il Registro e perfino di diventarne acceso sostenitore, un ultras.
Noi, ragionando su ciò che veramente è sport sociale, vorremmo che si tenesse conto delle tante realtà, dei gruppi sportivi che ogni giorno, con fatica, in luoghi, con modalità e con soggetti differenti dallo sport codificato, svolgono un ruolo importante nel garantire i diritti di cittadinanza attraverso l’attività motoria e sportiva; non tenerne conto, significa di fatto non riconoscere la diversità, la specificità, la ricchezza, le modalità dello sport sociale, dello sport per tutti, dello sport di cittadinanza.
Per rimanere alle ASD, parlando di vincoli e freni, penso alle complicate procedure messe in atto per il loro riconoscimento e conseguente accesso alle opportunità previste dalla legge: i contributi, l’utilizzo delle strutture pubbliche, le agevolazioni fiscali. Tuttavia, pur continuando a non condividere l’istituzione del registro delle ASD nelle forme e nelle procedure adottate dal Coni, in questi anni la nostra associazione si è impegnata a far conoscere i benefici e le opportunità della legge riguardante le associazioni sportive dilettantistiche e a invitare le società sportive a valutare seriamente la convenienza di adeguarsi a tale normativa, supportandole, anche con notevole sforzo organizzativo, negli adempimenti conseguenti riguardanti la modifica dello statuto, l’ affiliazione, l’ iscrizione al Registro.
Questo ha voluto dire per la nostra struttura nazionale, per i comitati provinciali, per le associazioni/società sportive, la necessità di adeguarsi a modalità, procedure e strumenti imposti e in continuo aggiornamento, compresi e seguiti con fatica e difficoltà perché modulati su di uno sport a struttura sportiva federale che risulta estraneo alla gran parte delle società sportive che si affiliano all’US Acli. Procedure farraginose che richiedono impiego di tempo, risorse e un coinvolgimento ridondante di soggetti. Conseguenza di ciò è che, in questi anni, pur con un reale numero di ASD affiliate che andava ben oltre il limite imposto dal Coni, l’US Acli è riuscita con difficoltà a far completare l’iter dell’iscrizione al Registro a un numero appena sufficiente di ASD affiliate.
Più burocrazia meno sport - Quello che ritengo maggiormente preoccupante, è il rischio sempre più concreto che questa eccessiva burocratizzazione determini un progressivo allontanamento dalla pratica sportiva “organizzata” di quei piccoli gruppi che fanno grande la nostra associazione. Tuttavia, se le leggi e le disposizioni sono queste, non possiamo esimerci dal rispettarle. Non possiamo rischiare di perdere il riconoscimento per una posizione politicamente intransigente o, peggio ancora, per pigrizia o sottovalutazione delle possibili conseguenze. Non è a rischio solo una parte importante del nostro bilancio, bensì - per la struttura nazionale, per le sedi territoriali e per le società sportive di base - la possibilità stessa di operare. E’ una questione sulla quale dobbiamo sentirci tutti responsabili e interdipendenti, perché le difficoltà di un comitato provinciale o regionale costituiscono un handicap per tutta l’Associazione. Da questo Congresso deve pertanto partire un approccio diverso con il Registro, anche se non cambia il giudizio sulla sua sostanziale iniquità ed inutilità. Alle difficoltà descritte si devono aggiungere quelle di carattere economico. Le ristrettezze, la difficoltà più o meno colpevole nel reperire risorse aggiuntive all’autofinanziamento e al contributo Coni, la pressoché cronica mancanza di liquidità, hanno frenato non poco l’azione della sede nazionale.
Purtroppo, al di là della crisi attuale che scoraggia più di un possibile investitore, dobbiamo constatare ancora una volta che le iniziative di sport sociale e di cittadinanza, gli eventi e le campagne promosse dal mondo della promozione sportiva non attraggono nella misura sperata sponsor potenziali che cercano piuttosto visibilità senza porsi problemi di responsabilità sociale. E poi anche noi, siamo probabilmente “diversi tra i diversi”, anche come Acli: apparteniamo alla gente, a valori, a storie, a idealità ben precise; lavoriamo per un “bene comune” che trova oggi poca reputazione.
Segnali di crescita -Tuttavia, e ciò nonostante, la nostra crescita, lenta ma costante, non si è interrotta. E se analizziamo le risorse messe in campo con impegno e generosità ma anche le potenzialità che per vari motivi sono rimaste in panchina, possiamo affermare con certezza che il processo di crescita non si è certamente esaurito. Con l’ultimo tesseramento concluso al 30 settembre 2008, abbiamo sfondato il muro delle 4.400 società sportive affiliate. Numeri veri e non parole; solo il 25% di esse si è “registrato” presso il Coni ma si tratta di associazioni di persone in carne ed ossa e l’aspetto principale, se non esclusivo della loro attività, è lo sport. Nell’ultimo triennio ci siamo poi attestati su una media di 316.000 tesserati, con il picco raggiunto nel 2006 a quota 323.959.
Rispetto all’obiettivo di una maggiore consistenza organizzativa, dichiarato al Congresso di Montesilvano e alla successiva Assemblea Programmatica di metà mandato – che comunque non è mai un fatto solo numerico – possiamo ritenere largamente positivo il bilancio del quadriennio. Non possiamo sentirci appagati ma la soddisfazione c’è e va esplicitata perché va riconosciuto il giusto merito a coloro che hanno permesso il conseguimento di questo risultato: i dirigenti che operano sui territori. La soddisfazione non può che aumentare quando - ed è il nostro caso - si è camminato su sentieri scoscesi, su strade lastricate di ciottoli e sampietrini; non abbiamo intrapreso comode scorciatoie, non abbiamo svenduto o regalato la tessera; non abbiamo aggredito, non abbiamo raccolto i fiori nel giardino dei vicini. Per usare ancora una volta un gergo sportivo, diciamo che la nostra campagna di rafforzamento si è basata sull’acquisizione di nuove energie, di nuove competenze, di persone libere e senza contratto. Non abbiamo fatto acquisti, né al mercato estivo né a quello di riparazione. Nello stesso momento in cui sottolineiamo la positività di alcuni risultati, rivolgiamo un appello a quei dirigenti che li hanno permessi e colti; occorre un ulteriore sforzo – culturale prima che organizzativo – per percepire, sondare e cogliere le trasformazioni dell’attività sportiva in tutte le sue dimensioni. Per governare, invece di subire, un mutamento che coinvolge milioni di persone che ci guardano con attenzione e con speranza; persone che aspettano che tendiamo loro una mano e che abitano mondi a noi vicini e contigui. Penso alle parrocchie, ai centri per anziani, alle case di cura, alle comunità di migranti.
Insieme si può - Negli ultimi anni, il cammino dell’US Acli sul piano della costruzione e rafforzamento dei legami associativi, è stato maggiormente caratterizzato dalle esperienze e dalle intuizioni in tema di governance associativa, di formazione di sistema, di co-progettazione e di interazioni sinergiche con l’insieme delle molteplici e multiformi presenze delle Acli.

Siamo in una fase che offre l’opportunità di contribuire al lavoro di analisi ed elaborazione delle proposte di adeguamento delle politiche di aggregazione, di organizzazione, di sviluppo; un processo di riforma del modello organizzativo che è uno degli impegni assunti dall’ultimo Congresso delle Acli ma che è anche una esigenza dell’US Acli e diventa il primo terreno di sperimentazione di nuove sinergie tra l’US Acli e le Acli. Non solo in termini progettuali ma anche sul piano della reciproca crescita in termini organizzativi. Credo ci sia a disposizione un enorme giacimento da tenere in considerazione.

Penso ai Circoli delle Acli che fanno già attività sportiva, spesso all’interno delle Federazioni, qualche volta con altri Enti di Promozione; penso ai Giovani delle Acli, a quelli che si avvicinano attraverso il Servizio Civile e agli allievi dei Centri Enaip ma anche ai volontari dell’IPSIA, ai soci di Anni Verdi e del Centro Turistico, agli anziani e ai pensionati della FAP, agli operatori agrituristici e a quelli del settore agroalimentare che si riconoscono nell’azione di Acli Terra, agli utenti del Patronato e del CAF. Per l’US Acli non è più rinviabile la discesa in campo di risorse e percorsi condivisi, con la specificità della proposta e della presenza dei singoli pezzi del sistema Acli. Ed è compito e responsabilità dell’US Acli esercitare il suo “essere Acli”, comprendendo e valorizzando l’enorme potenzialità espressa dall’impegno per la promozione dei diritti attraverso lo sport, a partire dalla possibilità di sviluppare quel patto intergenerazionale a cui tendono le Acli e di dare il proprio contributo al modello politico organizzativo delle “Acli al plurale”.

Anche su questo piano sono stati compiuti significativi passi in avanti. Con i Giovani delle Acli sono state realizzate interessanti iniziative e si sono aperte prospettive di sviluppo agevolate da due scelte: quella nostra di coinvolgere un dirigente di GA nel nostro Consiglio Nazionale; quella di GA di assegnare una delega sullo sport all’interno della loro Segreteria nazionale.

In alcuni Centri Enaip sono nati gruppi sportivi e lo sport è entrato a pieno titolo nei percorsi formativi rivolti ai giovani impegnati nelle attività di formazione professionale. I Giochi sportivi promossi in Piemonte dall’Enaip e dall’US Acli possono diventare un modello da replicare in altre zone del Paese.

Insieme al Patronato e alla FAP sono stati predisposti gli strumenti e le linee progettuali per la prosecuzione ed il rilancio del Progetto Vitattiva: un’esperienza che ha dimostrato come la cooperazione tra specificità e competenze diverse del sistema delle Acli consente di attivare percorsi integrati, di concretizzare nuove proposte che puntano alla complessità della persona, della sua storia e dell’ambiente in cui vive.

Con il CAF abbiamo finalmente firmato una convenzione che può arricchire la gamma dei servizi offerti alle associazioni sportive affiliate e stiamo predisponendo percorsi formativi che possano aiutarle a superare l’ostacolo costituito dal ginepraio di adempimenti cui esse sono tenute.
Si tratta di una esigenza per noi ed il nostro fare ma anche del tentativo di contrastare una deriva eccessivamente commercializzata dei servizi di consulenza allo sport. Assistiamo infatti ad una tumultuosa proliferazione di studi di consulenza e di assistenza fiscale per le società sportive, estesa ai soci ed ai loro familiari.
La consulenza di orientamento sportivo così come la gestione degli impianti e delle attività, sono ambiti dove occorre sviluppare nuove capacità imprenditive per realizzare progetti di qualità e per reperire risorse economiche. Proprio quale Associazione di terzo settore il nostro obiettivo è di contribuire a realizzare un terziario sportivo di qualità sostenuto da nuove professionalità legate alla progettualità sociale e un sistema di imprese sociali di servizi rivolti allo sport e alla persona.
Negli anni abbiamo diffuso sul territorio nazionale modalità di presenza che producono reddito e risorse, servizi alla collettività, cultura di impresa, di mutualità, sussidiarietà, cooperazione e solidarietà. In particolare attraverso l’impegno sull’impiantistica sportiva grazie al rapporto di convenzione con l’Istituto per il Credito sportivo. Recentemente abbiamo promosso anche un’azione nel campo dei servizi assicurativi che ha già prodotto economie e servizi più efficienti; è una strada da percorrere con decisione perché lo sport che privilegiamo richiede risposte nuove e complesse.
Quelle descritte sono esperienze concrete attraverso le quali abbiamo verificato il crescente ruolo dello sport nella promozione sociale. Una volta di più abbiamo preso consapevolezza della forza che ci deriva dall’essere “gli sportivi delle Acli”. Il Coordinamento delle Associazioni specifiche, sul quale le Acli sembrano finalmente intenzionate a scommettere, può essere il luogo dove produrre nuova cultura, dove lo sviluppo associativo può trovare nuovo impulso in rapporto alle tematiche che mettono in connessione lo sport con l’ambiente e il turismo. Altra reale opportunità di crescita, di impegno diffuso per la promozione dei diritti di cittadinanza attiva, di una cultura di solidarietà e di interdipendenza può essere individuata nel lavoro sinergico con i Dipartimenti “Pace e stili di vita”, “Welfare” e “Rete mondiale aclista”.
Con i Dipartimenti ma anche con la FAI, l’IPSIA che ha già sperimentato lo sport quale strumento di formazione e animazione giovanile nelle aree devastate dai conflitti, con lo stesso Patronato, sarebbe auspicabile lavorare anche per un rinnovato coinvolgimento dei nostri connazionali all’estero; in particolare con proposte mirate alle nuove generazioni; a coloro che – come rileva una ricerca dell’IREF - vivono un certo distacco dalle reti associative costituite dagli italiani all’estero, considerate troppo ancorate alle esigenze delle generazioni passate, le prime generazioni di migranti.
Come abbiamo accertato in alcuni confronti e convegni, riteniamo che utilizzando il linguaggio universale dello sport, si possa far molto. In tale direzione abbiamo avviato recentemente politiche di tesseramento orientate al coinvolgimento dei circoli e dei soci delle Acli all’estero. Del resto, già al Congresso di Montesilvano avevamo individuato nella presenza internazionale un vettore di impegno, a partire dall’Europa e dalle risorse che abbiamo a disposizione, quali la Confederazione Europea Sport e Salute (CESS).
In questi anni, per facilitare l’interazione tra i diversi livelli associativi e per favorire una condivisione partecipata del percorso associativo, abbiamo accelerato sulle modalità operative del lavoro attraverso i Progetti e le Campagne, centrate in particolare sul nostro ASSE: Ambiente, Salute, Socialità, Educazione. Sostenuti ed incoraggiati anche da un quadro legislativo, istituzionale, politico, sportivo per molti aspetti diverso da quello attuale, sono nati: “Sport a scuola”, “Una palestra per …” rivolto ai giovani sui temi della legalità e dell’ambiente; il concorso “Lealtà e legalità nello sport” promosso insieme ai Giovani delle Acli; “Uno scatto di legalità”, da una intuizione dell’US Acli della Sicilia; la campagna di promozione, informazione e sensibilizzazione contro l’uso del doping; le ricerche sull’uso di integratori proteici nella popolazione scolastica e nelle palestre, nelle quali siamo stati coinvolti da Libera. Sempre recentemente sono stati promossi “Spazi agibili e indipendenti”, Il progetto GOAL insieme al Dipartimento Pace e Stili di vita, “Molla le ossa” e la campagna “Lo sport è rispetto, rispetta lo sport”.
Ricordare per rilanciare - Da questo complesso concerto di azioni volte a consolidare, moltiplicare, mettere in rete e dare continuità a significative esperienze nate sui territori, possiamo trarre utili parametri di valutazione del lavoro compiuto in questi anni e delle prospettive future.

Lo sforzo di “ricordare per rilanciare” ci porta a riconsiderare quanto si è costruito sul terreno del disagio e della marginalità, dentro quelle periferie sociali che esigono un approccio in grado di superare i caratteri della pura e semplice solidarietà che certamente aiuta ma non è di per sè sufficiente a modificare e cambiare.

Abbiamo messo in campo iniziative ed esperienze utili a costruire ponti in grado di scavalcare i muri e le barriere, capaci di incidere nel tessuto sociale. Mi riferisco in particolare al percorso teso alla riconciliazione con il sistema delle regole che sperimentiamo in alcuni istituti di rieducazione e pena. Non è semplicemente il torneo di calcio o l’ora di ginnastica per i carcerati, bensì un processo di riconciliazione con se stessi e con il mondo esterno per persone che, per un periodo più o meno lungo, sono distanti dalle tradizionali agenzie educative.

Mi riferisco inoltre a quelle attività che ci vedono accanto ai diversamente abili fisici o psichici; un ambito in cui vorremmo andare oltre gli aspetti pur importanti della solidarietà e della riabilitazione, stando lontani dagli eccessi agonistici che cominciano ad invadere pericolosamente anche questo campo. Qui occorre una maggiore determinazione ed incisività; qui vanno probabilmente ridefinite anche le collaborazioni con il Comitato Italiano Paralimpico, con la Federazione Hockey in carrozzina elettrica e con Special Olympics, grazie alle quali alcuni nostri iscritti hanno preso parte ad importanti manifestazioni internazionali.

Sono questi i versanti su cui principalmente si gioca la sfida dell’inclusione che consideriamo uno dei cardini della nostra iniziativa. Siamo in un momento di verifica ed il riferimento ai progetti e ai soggetti sociali cui ci rivolgiamo prioritariamente ci porta ad una serena valutazione degli eventi sportivi e delle manifestazioni nazionali che organizziamo.

Anche qui si registra una crescita diffusa; forse non tanto rispetto al numero di partecipanti ma i nostri eventi sono sicuramente tutti cresciuti in capacità di valorizzare il territorio, sul piano della condivisione di un percorso e del consolidamento dei legami associativi. Gli eventi hanno contribuito a rafforzare e comunicare l’idea delle “Acli al plurale” e ad aumentare la nostra visibilità. Sono eventi che hanno messo in campo generazioni e potenzialità diverse, diversi approcci culturali alla pratica dello sport. Nel contempo, sono riusciti a mettere insieme lo sport con il turismo sostenibile, con l’ambiente, con la socialità. Rappresentano inoltre un efficace strumento per vivere e far vivere l’associazione, per abitare – far abitare e promuovere il territorio.

Alcuni “eventi” vanno ripensati, rinvigoriti e rimodulati per essere al passo con le trasformazioni che riguardano lo sport di cittadinanza. Indicare come procedere nel futuro sarà compito del nuovo gruppo dirigente e delle Unioni delle discipline sportive che vanno abituate ad operare sincronicamente, in una logica intersettoriale. Ciò che però è fondamentale è non far arretrare la convinzione che gli eventi nazionali hanno senso solo se fanno da sintesi, da momento di incontro e di scambio, da risorsa simbolica, da opportunità di comunicazione. Guai se invece dovessimo considerarli l’obiettivo ed il fine della nostra azione associativa, cui dedicare risorse, energie umane ed economiche che, in tal caso, sarebbero una ingiusta sottrazione al radicamento territoriale.

Curare la prima linea associativa - Essere credibili ed autorevoli, promotori di quello sport cui va riconosciuto diritto di cittadinanza, presuppone la capacità di cogliere, interpretare e rispondere ai bisogni, alle esigenze e alle potenzialità dei cittadini, che non sono generalizzabili e sempre uguali. Riveste pertanto un ruolo fondamentale quella che all’Assemblea di metà mandato definimmo “la prima linea della nostra associazione”, ovvero la rete delle strutture di base coordinata e supportata dai comitati provinciali e regionali. Tale rete è l’unica capace di un effettivo ascolto del territorio, condizione imprescindibile per un robusto ed effettivo sviluppo associativo poiché ne rappresenta il cuore ed il motore. Sul territorio si costruisce l’intreccio delle relazioni sociali e delle relazioni associative; qui cresce il capitale sociale dell’US Acli; qui si realizzano e si misurano le capacità di azione e di interlocuzione politica della nostra associazione.
Ma quanto conosciamo le nostre strutture di base? Quanto esse sono attori protagonisti dell’associazione e quanto semplici terminali? Quanto sono raccordate con le altre strutture del sistema Acli sul territorio? Quale riferimento per lo sviluppo dei rapporti con le istituzioni locali? E ancora: quali sono i contenuti per potenziare la “prima linea associativa”? Quale modello organizzativo? Quale progettualità? Come ci attiviamo laddove la nostra presenza è debole o non garantita?
Sono domande che ci siamo posti in questa fase congressuale e i cui temi devono costituire l’orizzonte strategico per il rilancio di quel nuovo protagonismo del territorio che passa attraverso un modello organizzativo adeguato quindi dinamico, flessibile, democratico. Ed è altresì importante mettere al centro della discussione la verifica di come si concretizzino nell’US i temi della sussidiarietà, della responsabilità, della concertazione, dell’integrazione, dell’ educazione alla partecipazione dei cittadini.
Un modello organizzativo flessibile – Di fatto questo impegno che tiene al centro il territorio, comporta di scegliere con chiarezza gli obiettivi politici, strategici ed organizzativi per la sua valorizzazione e per il suo sostegno come effettiva risorsa. Con la consapevolezza che l’azione volta al rafforzamento della “prima linea”, quindi delle strutture di base dell’US Acli, si realizza soprattutto attraverso la qualificazione e responsabilizzazione dei dirigenti dell’associazione.
Nella nostra riflessione, la “prima linea” rimanda ad un concetto di vicinanza e di prossimità; di conseguenza lo stesso territorio tante volte evocato, deve essere concepito diversamente dalla trincea che è essenzialmente luogo di rifugio e di difesa ad oltranza. Ritengo che parlando di territorio dobbiamo rimuovere quel residuo di pensiero rivolto ai confini, ai muri e al filo spinato che ci dividono dagli altri. La tipicità non può essere campanilismo; i concetti di staticità e immutabilità che solitamente colleghiamo al perimetro devono cominciare ad essere progressivamente sostituiti dal concetto di flessibilità.
Sarebbe probabilmente più giusto parlare di comunità; le nostre comunità che hanno radici profonde e che possono rinnovarle proprio oggi, riscoprendo la propria vocazione popolare, scambiandosi idee, buone pratiche, lavorando in quella logica di scambio che è propria delle organizzazioni a rete. E noi lo siamo, per come siamo strutturati e per la capacità di relazionarci, di lavorare insieme ad altri, di fare squadra.
Lo sviluppo di reti territoriali è d’altra parte anche un obbligo derivato dalle leggi che prevedono i Piani di zona, i Patti territoriali, gli interventi per i giovani e così via. Alcune delle nostre regioni si sono mosse in questa direzione con successo non rinunciando alle proprie sensibilità e competenze, alle proprie modalità di iniziativa sul territorio ma non dimenticando gli altri livelli di realtà presenti con cui è necessario entrare sistematicamente in dialogo, fare rete. Certo non dobbiamo aspettarci che le “reti” siano la soluzione dei problemi della comunità ma nemmeno pensare che il loro sviluppo sia un’impresa troppo difficile da portare avanti. E’ di fatto un terreno su cui ritengo che tutta l’US Acli debba interrogarsi e mettersi in gioco nel prossimo futuro.
Già al Congresso del 2001 ipotizzavamo la costituzione di Comitati e Gruppi, non necessariamente previsti dallo Statuto, che potessero raccordare le realtà locali omogenee rispetto ad attività e linee di programma; siamo tuttora convinti che lo sviluppo di una dimensione pluriprovinciale e multiregionale possa rappresentare un modello politico ed organizzativo vincente per il rafforzamento della rete dell’US Acli e del sistema Acli. Potrebbe essere allora il caso di riprovare con l’organizzazione almeno di una Conferenza dei Presidenti regionali.
In questa linea di ricomposizione e rafforzamento, dovremmo rilanciare anche l’ipotesi di costituire, sul versante delle attività e delle discipline sportive, Unioni intersettoriali tematiche, che raccolgano e facciano interagire le discipline che si prestano a veicolare determinati messaggi e a promuovere e sostenere la progettualità associativa in determinati ambiti, a partire dall’Asse Ambiente Salute Socialità Educazione.
Ed in questa direzione, mi sento anche di rivolgere un appello a sostenere sui territori gli accordi che vengono stipulati a livello nazionale, considerandoli una reale opportunità per tutta l’Associazione piuttosto che un problema, una invasione di campo.
Quando la crisi è planetaria – Il nostro Congresso si celebra in un momento in cui al centro del dibattito c’è la crisi; una crisi finanziaria che aggredisce l’economia reale ed incide sulla vita delle persone. L’esistenza di milioni di persone è resa più dura ed infelice e si prospetta un futuro incerto per Paesi e generazioni. E’ una crisi che ha messo in discussione i modelli di sviluppo e l’intero sistema produttivo, che sta creando milioni di disoccupati; aggravata da un’altra crisi, quella ambientale, segnata dai cambiamenti climatici e dalla crisi energetica che divarica ulteriormente la forbice delle disuguaglianze tra Paesi e tra ceti sociali. Profondi e non più rinviabili sono i cambiamenti del modello di sviluppo planetario. Questa crisi globale – non limitata né ad un’area o una parte del mondo né al solo settore finanziario – segna la fine di un ciclo fondato sulla delegittimazione di qualsiasi regolamentazione del mercato, dello stato sociale e dell’uso delle risorse. Erano in tanti, o sarebbe meglio dire che “contavano tanto”, coloro che sostenevano che la globalizzazione avesse in sé meccanismi di autoregolamentazione in grado di renderla in ogni caso virtuosa e riproducibile lungo un asse di crescita che avrebbe migliorato le condizioni di vita del sud del mondo, avrebbe pareggiato con le innovazioni tecnologiche i danni arrecati all’ecosistema ed avrebbe promosso una crescita illimitata dell’economia basata sulla finanza invece che sulla produzione e sul lavoro. Il mondo è stato così governato dalle lobby del petrolio e delle armi, dai grandi gruppi finanziari, dalle multinazionali, e spesso dalle mafie. Ma appare ormai chiaro che la crisi economico-finanziaria, quella ambientale e quella sociale non sono accadimenti, eventi accidentali, indipendenti l’una dalle altre e fronteggiabili con gli strumenti, i soggetti e i modelli culturali che hanno finora governato la globalizzazione. Se vogliamo uscirne, è necessario avere consapevolezza delle sue dimensioni e della sua profondità e conseguentemente della profondità del cambiamento necessario. Non basta immettere nuove risorse pubbliche in una economia vecchia, soprattutto quando il pubblico non governa l’economia in maniera autonoma, avendo come fine il bene comune. Sembra infatti che la politica abbia abdicato, rinunciando a svolgere la sua principale funzione di promozione e tutela del bene comune e dell’interesse pubblico, di regolazione dell’economia e di protezione per i più deboli con politiche credibili di welfare-state e riequilibrio sociale.
Nonostante i messaggi rassicuranti e le iniezioni di ottimismo, una crisi globale è ovviamente anche crisi italiana; ne sentiamo i primi effetti e anche nel nostro Paese c’è il rischio reale di tagli agli ammortizzatori sociali e al sistema di welfare. Cresce la disoccupazione, diminuiscono le fasce coperte da protezione e pertanto sono destinate a crescere anche nel nostro Paese le aree della povertà e dell’esclusione sociale, con l’inevitabile allargamento del divario tra le situazioni di ricchezza e di povertà.
Proprio in questa fase, la costruzione di un nuovo welfare può e deve garantire opportunità e diritti a quei cittadini più a rischio di povertà e soprattutto ai nuovi cittadini – mi riferisco agli immigrati – che rappresentano risorse che la comunità non può sprecare e che invece possono dare nuovi impulsi e contributi di sviluppo sociale e civile ad un Occidente opulento ma stanco.
E’ proprio questo il tempo in cui i temi della giustizia sociale, della lotta alla povertà, della vita buona per tutti, devono essere messi al centro dell’agenda politica. Non solo nell’agenda di chi ha responsabilità di governo ma anche nella nostra agenda. Non viviamo su un’isola felice, “sull’isola che non c’è”. La crisi riguarda anche quelle Associazioni che promuovono lo sport in una accezione sociale, popolare: lo sport quale diritto di cittadinanza; lo sport quale elemento di un nuovo welfare.
Non possiamo dimenticare che dentro l’impegno complessivo delle Acli, abbiamo scelto lo sport quale modalità e strumento per essere dalla parte della gente, a partire dagli ultimi, dai “piccoli” di cui parla il Vangelo.
Siamo pienamente coinvolti dalla crisi. Sebbene non ci siano tagli diretti al mondo dello sport, non possiamo restare insensibili di fronte ai tagli che colpiscono il welfare e i servizi sociali. Un tessuto sociale che si disgrega e le condizioni di famiglie che ci ricordano i Giardini di marzo di Lucio Battisti, “al 21 del mese i nostri soldi erano già finiti…”, ci riguarda come cittadini e come Associazione che si occupa di sport. Abbiamo il dovere di fare i conti con gli effetti che la crisi riverserà sullo sport sociale, con le famiglie impoverite che non mandano più i figli in palestra; con i Comuni che potranno aiutare sempre meno le società sportive di base, con le aziende in difficoltà, impossibilitate a supportare con contributi e sponsorizzazioni le attività sportive di qualsiasi livello. C'è pertanto una responsabilità da cui deriva un impegno che investe tutta l'US Acli, la quale è tenuta a fare da baluardo - in termini culturali, di iniziativa politica e di azione sociale – affinchè i cittadini ai quali è rivolta la sua proposta di sport, in particolare le fasce sociali più deboli, non siano quelli più colpiti dagli effetti della crisi, sul piano della qualità della vita, della socialità, della salute. Se è vero che ogni crisi porta con sè delle opportunità, il momento, dunque è propizio per contribuire a costruire condizioni di giustizia sociale e di soddisfacimento dei diritti di cittadinanza. Ivi compreso il diritto allo sport, per tutti e a misura di ciascuno.

Punti chiave per lo sport sociale – Recentemente abbiamo dato insieme alle Acli ed in particolare al Dipartimento welfare un contributo di riflessione, così come ci era stato richiesto, sul libro verde del Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, Sacconi, relativo al futuro del modello sociale.

“La vita buona nella società attiva”: il Libro Verde che parla di welfare delle opportunità, dove si legge “la complessità ed eterogeneità dei bisogni, le caratteristiche di una società che invecchia e che fa meno figli, i mutati rapporti tra le generazioni e le limitate disponibilità della finanza pubblica assegnano oggi alla persona, alla famiglia e agli altri corpi intermedi nuove e maggiori responsabilità a tutela dei più deboli e bisognosi”.
Noi queste responsabilità le abbiamo assunte da tempo e pensiamo di avere buone frecce al nostro arco: lo sport sociale può infatti essere un potente strumento di nuove politiche del benessere e dello sviluppo, fondato sulle relazioni paritetiche tra le persone, sulla tutela e l’animazione dell’ambiente naturale e del territorio urbano, sulla convivenza civile delle nostre comunità, sull’educazione dei giovani alla vita.
La pratica di attività motorie e sportive può avere funzioni di promozione di benessere personale e sociale, di prevenzione e, talvolta, di sostegno, di cura e di presa in carico della famiglia e della persona nella sua quotidianità e nelle situazioni di fragilità. Proprio perché riteniamo la questione delle attività motorie e sportive centrale nella costruzione di una condizione di benessere e di vita buona per i cittadini, diventa indifferibile intersecare sempre più lo sport con le politiche sociali e di welfare.
Allora c’è bisogno di politiche pubbliche che agiscano:

- nell’ambito del “sociale” promuovendo moduli di attività sportiva che abbiano, tra le loro finalità esplicite, obiettivi come l’integrazione delle minoranze e il contrasto al disagio;

- nel campo della salute, prevedendo nei livelli essenziali di assistenza sanitaria e sociale le attività motorie e sportive più adatte ai bisogni di ogni cittadino;

- nella scuola, riconoscendo il valore formativo dell’attività ludico-motoria, dell’educazione fisica e dell’avviamento allo sport in tutto il ciclo formativo dei ragazzi;

- nelle politiche ambientali e urbanistiche, promuovendo progetti di animazione sportiva dell’ambiente naturale e nuovi investimenti per impianti polifunzionali e sportivi attrezzati, quali le piste ciclabili, i play-ground, i parchi nelle città e nel resto del territorio.

Per gestire queste innovazioni, c’è probabilmente bisogno di un diverso assetto istituzionale dello sport; questione che non riguarda esclusivamente il ruolo del Coni e le sue attribuzioni e che certamente, almeno per noi, non prospetta limitazioni per il Comitato Olimpico. Noi vorremmo che fossero istituzionalizzate, a tutti i livelli, sedi pubbliche di coordinamento e di indirizzo, valorizzando, nello stesso tempo, le funzioni delle Regioni e degli Enti locali, l’autonomia gestionale ed operativa dei soggetti cui è demandata l’organizzazione delle attività, Coni e Federazioni compresi. Su questi aspetti, si fonda il protocollo d’intesa tra gli Enti e l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani che ha istituito una commissione permanente per lo sport.
Con il protocollo, l’Anci e gli EPS concordano di:
a) valorizzare le esperienze di educazione alla cittadinanza attiva dell’Associazionismo sportivo diffuso;
b) attivare tavoli di confronto per una lettura organizzata del bisogno sportivo nel territorio che possa essere la base per orientare le scelte urbanistiche e impiantistiche, la spesa sociale sportiva ambientale ed educativa dei Comuni;
c) predisporre campagne e progetti che utilizzino il carattere trasversale dell’attività sportiva ed il suo valore sociale per coinvolgere altri settori dell’Amministrazione Comunale oltre l’Assessorato allo sport, nel comune intento di affermare nuovi stili di vita attiva per i cittadini;
d) programmare progetti per l’attività motoria e per una corretta educazione alimentare, nelle prime fasce di età come prevenzione al rischio dell’obesità e valore educativo permanente;
e) promuovere progetti di attività sportiva rivolti agli adolescenti e contrastarne il prematuro abbandono;
f) predisporre progetti per l’attività e il benessere degli anziani;
g) attivare progetti di animazione sportiva come elemento di vivibilità e animazione degli spazi urbani;
h) programmare progetti di attività sportiva come inclusione sociale di immigrati, giovani a rischio di disagio e diversamente abili;
i) attivare iniziative per individuare diverse tipologie innovative di impiantistica, più flessibili, meglio inserite nell’ambiente urbano, più sostenibili sul piano dei consumi non necessariamente legate alle discipline delle Federazioni e del CONI, mettendo allo stesso tempo in atto tutte le azioni per raggiungere il pieno utilizzo dell’impiantistica esistente e la sua gestione efficiente. Ed in questo caso, stiamo parlando di oltre 148.000 impianti, di cui circa 15.000 totalmente o in parte inutilizzati.
Per chi opera per la promozione di uno “sport di cittadinanza”, proponendolo quale elemento di un “nuovo welfare” ed in definitiva quale opportunità per una “vita buona”, c’è un Documento importante al quale fare riferimento; si tratta del Libro Bianco sullo sport, adottato dalla Commissione Europea l’11 luglio 2007. Esso tratta in particolare gli aspetti sociali ed economici dello sport, come la salute pubblica, l’istruzione, l’inclusione sociale, il volontariato, le relazioni esterne ed il finanziamento dello sport. Gli ambienti ufficiali dello sport e lo stesso Presidente Petrucci hanno definito questo documento “timido”, perché esso sostanzialmente non risolve alcuni problemi dello sport di prestazione derivanti dalla totale applicazione del “diritto” dell’Unione Europea. Lo sport, infatti in quanto attività economica, è soggetto alle disposizioni relative alla concorrenza e al mercato interno. Esso inoltre ha una sua specificità che in taluni casi esige una esenzione: si pensi alla tutela dei vivai, alle squadre nazionali e al loro ruolo essenziale non soltanto in termini identitari che vengono in qualche modo minacciati dalla libera circolazione degli atleti.
Su questi aspetti il Libro Bianco e la Commissione della Comunità Europea non hanno potuto o voluto essere più incisivi. Tuttavia, per quanto riguarda le attività di sport sociale, riteniamo il Libro Bianco un documento di assoluto valore.
E’ infatti un documento che sottolinea ancora una volta il valore dello sport in ambito sanitario, culturale, educativo e ricreativo. Raccomanda ai Paesi membri di rafforzare la cooperazione a livello interministeriale tra i settori della salute, dell’istruzione e dello sport. Fornisce indicazioni per combattere il doping, i fenomeni di razzismo e la violenza. Invita a promuovere il volontariato e la cittadinanza attiva attraverso lo sport e ad utilizzare tutto il potere dello sport per l’inclusione sociale, l’integrazione e le pari opportunità. E ancora: invita le organizzazioni sportive ad adottare obiettivi ambientali atti a rendere ecologicamente sostenibili le loro attività, promuovendo gestioni razionali di impianti e manifestazioni. Infine, sollecita gli Stati membri a creare una base sicura per gli aiuti pubblici allo sport, ponendo attenzione in particolare allo sport praticato a livello di base, dove le pari opportunità e l’accesso aperto alle attività sportive possono essere garantiti solo attraverso una forte partecipazione del pubblico. Con pochi ritocchi, potrebbe essere un documento, una piattaforma che l’US Acli e gli Enti di Promozione Sportiva presentano per chiedere il riconoscimento del loro ruolo e un finanziamento adeguato ad un Governo che invece taglia sul welfare; taglia sulle scuole con conseguenze anche per le attività sportive; taglia sullo sport di cittadinanza; mette in atto una serie di interventi – apparentemente non collegati tra di loro – che di fatto mettono in ginocchio l’associazionismo, il terzo settore, la sussidiarietà, la solidarietà.
Differenze “che contano” – Forse non è questa la sede per avventurarsi in una considerazione sulle differenze tra l’attuale Governo e quelli precedenti, soprattutto l’ultimo. E’ però necessaria una serena riflessione sulle azioni messe in campo per lo sport, dalla quale emerge con chiarezza un diverso approccio culturale nei confronti dello sport e dello sport sociale in particolare. Qualche idea, per la verità, ci era venuta leggendo i Programmi delle diverse forze politiche impegnate nella campagna elettorale in vista della competizione di aprile dello scorso anno.
La crisi del Governo Prodi del gennaio 2008 ha di fatto segnato l’interruzione di un processo che apriva prospettive interessanti per noi e il nostro mondo. Inaspettatamente, dopo le elezioni politiche del 2006 ci eravamo trovati ad interloquire con un soggetto nuovo, il Ministero delle Politiche giovanili e delle Attività sportive, che si qualificò in breve quale autentico centro propulsore di politiche pubbliche in materia di sport.
L’US Acli salutò con sorpresa e favore la scelta del Governo, grazie alla quale furono attivati tavoli di concertazione in tema di governance del sistema sportivo, di impiantistica, di lotta al doping e di sport a scuola. Tavoli ai quali partecipavano tutti gli attori del panorama sportivo e diversi Ministeri. Le elezioni politiche dell’aprile 2008 hanno spazzato via – insieme ad un Governo e una coalizione - le stesse nostre speranze e quelle esperienze che probabilmente potevano essere mantenute e valorizzate anche da un Governo di segno diverso.
Era chiara e condivisibile la scelta di diminuire il numero dei Ministeri; ma dal momento che il Ministero per le politiche giovanili era opportunamente rimasto avrebbe potuto essere ancora accorpato con le politiche sportive, soprattutto tenendo conto che il Dicastero affidato all’On. Melandri pur “senza portafoglio” era riuscito a reperire risorse per lo sport sociale attraverso significative e per certi versi inedite sinergie con altri Ministeri, grazie ad azioni concertate per riqualificare lo stile di vita delle persone, prevenirne forme di disagio, accompagnarne la crescita e favorirne l’integrazione sociale.
Con la Finanziaria 2007 erano arrivati i provvedimenti per la detraibilità delle spese sostenute dalle famiglie per l’iscrizione dei ragazzi tra i 5 e i 18 anni ad associazioni sportive, palestre, piscine ed altre strutture destinate alla pratica sportiva dilettantistica.
La pratica sportiva usciva perciò dalla dimensione strettamente legata al tempo libero e diveniva parte di un nuovo modello di welfare. Appartengono a quella Legge Finanziaria i finanziamenti quintuplicati e sestuplicati allo sport paralimpico; e sempre ad essa appartiene la difesa per intero del finanziamento di 450 milioni di euro per le attività del Coni, verso il quale c’erano intenzioni diverse del Ministro Padoa Schioppa; era stato poi costituito un fondo di 33 milioni di euro per i grandi eventi internazionali e c’era anche un accantonamento di 20 milioni di euro in caso di concessione all’Italia dell’organizzazione degli Europei di calcio del 2012. Erano stati destinati 20 milioni di euro per il Credito Sportivo per ciascuno degli anni del triennio 2007/2009, mentre la precedente Finanziaria aveva tagliato ben 450 milioni di euro alla banca dello sport. A favore dello sport erano da considerarsi anche le detrazioni per la riqualificazione energetica degli edifici, estesa alle strutture sportive. Per quanto ci riguarda, pur se non direttamente interessati dal provvedimento, giudicammo utile anche l’approvazione della nuova disciplina che regolamenta i diritti sportivi radiotelevisivi, finalizzati a garantire l’equilibrio competitivo e le pari opportunità tra i soggetti partecipanti alle competizioni, con la destinazione di parte delle risorse a fini di mutualità: un apprezzabile tentativo di riequilibrare le forze in campo, con il recupero di valori che sono un cardine dello sport, anche quello di altissimo vertice. Si erano fatti enormi passi in avanti con l’istituzione, prevista dalla Legge Finanziaria 2008, del Fondo per lo sport di cittadinanza. Il fondo riconosceva una legittimità pubblica allo sport dei cittadini sia a livello nazionale che a livello locale; si erano individuati ruoli e risorse di un processo virtuoso, ispirato da autentici principi di sussidiarietà che poteva favorire interventi pubblici orientati alla vita buona, al benessere e alla salute dei cittadini. C’era stata una Intesa, in sede di Conferenza unificata Stato/Regioni per certi versi storica, se solo pensiamo alla resistenza operata dalle Regioni qualche anno prima sull’assegnazione dei fondi per lo sport sociale e che di fatto bloccò un milione di euro destinati agli Enti di Promozione.
Il sacrificio dello sport - Ma uno dei primi atti del nuovo Governo e del Ministro Tremonti, sulla cui sensibilità nei confronti dello sport avevamo già qualche dubbio, fu il taglio per complessivi 124 milioni di euro nel triennio 2008/2010, attraverso il Decreto legge n. 93 del 28 maggio 2008; venivano tagliati 4 milioni allo sport paralimpico, altri 25 ai grandi eventi internazionali da organizzarsi in Italia e tutti i 95 milioni che costituivano il Fondo per lo sport di cittadinanza, ossia lo sport di base destinato alla salute, all’educazione e all’integrazione sociale. Inascoltati, facemmo appello affinché il Parlamento, in sede di conversione in legge, potesse apportare emendamenti e modifiche, convinti che non si costruisce benessere e sicurezza nel Paese penalizzando quelle realtà che lavorano ogni giorno sul territorio per la promozione, l’integrazione e l’inclusione sociale proprio dei soggetti più deboli e svantaggiati. Il deficit culturale, se non addirittura il rifiuto, rispetto a questi temi è testimoniato dai mesi successivi, quando, quasi alla chetichella, rientrano i fondi per lo sport paralimpico e quelli per i grandi eventi, temendo l’inevitabile brutta figura internazionale. Non un euro dei 95 milioni destinati allo sport sociale è stato invece recuperato; lo sport di cittadinanza, col suo sacrificio, è allora rimasto paradossalmente lo sponsor del recupero in materia di Ici e straordinari e della ricapitalizzazione di Alitalia. E siamo di fronte al paradosso, per non dire altro, quando esponenti delle forze politiche che hanno responsabilità di Governo propongono premi ed incentivi per gli enti promotori di attività sportive a basso costo, a vantaggio delle famiglie e della salute dei cittadini. Sono segnali che ci portano a considerare quasi del tutto naufragata la possibilità di un intervento che avrebbe modificato l’approccio culturale nei confronti di una pratica sportiva in via di trasformazione sempre più marcata, nella quale le discipline codificate perdono tesserati e praticanti che preferiscono attività non strutturate, che talvolta sfociano nel “fai da te” e che spesso presentano positive ibridazioni tra turismo e ambientalismo. Anche in Italia, infatti, lo sport si sta adattando ad un processo di modernizzazione, in parte favorito dai mass media ed in parte imposto dai nuovi bisogni: salute, benessere, socializzazione. Si registra un restringimento della base agonistica superqualificata e una sempre maggiore adesione alla pratica dello sport per tutti che cresce per una grande dilatazione della domanda e per il venir meno dell’egemonia dei modelli di sport codificato, orientato alla prestazione e al confronto agonistico, e formalizzato in discipline tradizionali. L’interruzione della passata Legislatura ha disatteso anche altre aspettative; mi riferisco soprattutto al Disegno di Legge sul riconoscimento delle Associazioni di sport di cittadinanza. Attraverso il lavoro di una Commissione istituita dal Ministero e presieduta dall’allora Sottosegretario On. Giovanni Lolli, nella quale ero stato chiamato anche io a dare un contributo, si era arrivati ad un passo dal raggiungere un traguardo per il quale un certo associazionismo sportivo –nel quale ci riconosciamo- si batte fin dagli albori della Repubblica. Era tutto pronto, con un articolato che avrebbe molto probabilmente trovato sia il parere favorevole delle Regioni –cui costituzionalmente è delegata la materia- sia la condivisione di un ampio schieramento delle rappresentanze parlamentari che avrebbe scavalcato i rischi connessi ai margini risicati tra i numeri di maggioranza e opposizione. Ci sembrava di essere finalmente vicini a toccare un traguardo che alcuni Enti, e noi tra questi, inseguono da tanti anni. Invece, ancora una volta, l’associazionismo di promozione sportiva, o meglio, quello di promozione sociale attraverso lo sport, non riesce ad ottenere il riconoscimento del proprio valore e della propria funzione sociale da parte dello Stato di cui è al servizio “permanente ed effettivo”. Recentemente sono stati presentati in Parlamento nuovi disegni di legge che mostrano sostanziali convergenze da parte di ambedue gli schieramenti. Ci auguriamo ora che l’iter per il passaggio nelle Commissioni non subisca intoppi e rallentamenti, anche se ci sembra che l’attuale Parlamento sia più vocato ad approvare Decreti che a discutere leggi.
Migrare dal Novecento - Con il loro ultimo Congresso Nazionale, le Acli si sono interrogate sul “Migrare dal Novecento”. A partire dalla propria specificità, anche l’US deve porsi domande in merito, coinvolgendo in questo sforzo di riflessione tutto l’associazionismo sportivo. Le stesse scienze sociali spingono in questa direzione quando attribuiscono allo sport e al movimento un ruolo di sensore privilegiato dei mutamenti sociali; quando segnalano che lo sport contemporaneo sta uscendo dai recinti dello sport olimpico di decoubertiniana memoria, dallo sport – istituzione, codificato nel e dal Novecento. L’entrata in campo di nuovi soggetti sociali che privilegiano forme di partecipazione meno rigide dal punto di vista organizzativo; il diffondersi di sport che non hanno bisogno di strutture dedicate e che possono pertanto utilizzare luoghi non convenzionali e l’ambiente naturale; il progressivo affermarsi dello sport come fattore di benessere fisico e di miglioramento della qualità della vita: sono elementi che attraversano profondamente lo sport del XXI secolo. Esso viene investito da nuove domande di cittadinanza e di inclusione. Trovano sempre più spazio quelle modalità nelle quali sono maggioritarie le finalità orientate alla tutela della salute, ai processi educativi, all’inclusione sociale, all’integrazione e alle pari opportunità. Lo sport del nuovo secolo, che agisce in un mondo globalizzato e in un contesto culturale permeato da molteplici influenze, si caratterizza per essere un fenomeno plurale, soggetto alle contaminazioni con culture sociali diverse. Eppure questi mutamenti e questa transizione non propongono conflitti laceranti, non assolutizzano, non separano, non negano e non demonizzano ma piuttosto integrano, mescolano, includono, rielaborano. E’ infatti del tutto evidente che lo sport contemporaneo non cancella il principio di competitività e i canoni della competizione; esso continua ad esaltare il valore delle tecniche e della prestazione. Ciò vale naturalmente anche nel nostro Paese dove “il concetto di sport che gli italiani ereditano dal ‘900 ha come matrice le attività competitive”, come si legge nella ricerca “La diffusione dello sport in Europa”. La scommessa di questa parte iniziale del XXI secolo, relativamente allo sport, è dunque far convivere in chiave non conflittuale esperienze e narrazioni diverse.
Il nostro rapporto con il Coni - Ripartirei da questa scommessa per ridefinire il nostro rapporto con il Coni. Colgo questa occasione per dire ancora una volta che, da sportivi e da italiani, siamo fieri ed orgogliosi del nostro Comitato Olimpico che svolge più che bene i suoi compiti istituzionali. Come soggetto al quale lo Stato ha delegato quasi totalmente il governo dello sport, il Coni in tutta la sua storia ha favorito la diffusione della pratica sportiva ed in questa chiave ha giocato un ruolo di promotore dello sport. La sua “mission” principale risiede però nel governare un insieme di Federazioni che hanno il compito di organizzare lo sport, anche in forma dilettantistica, orientato alla prestazione, all’organizzazione di campionati. E pertanto, anche se non è mai cosa buona il semplificare, direi che il suo ruolo di promozione va nella direzione di un aumento della base dei praticanti, nell’avvicinamento allo sport delle giovani generazioni. Non gli si può però chiedere di occuparsi “direttamente” di disabili, di anziani, di soggetti a rischio, di detenuti, di immigrati, di famiglie, che sono i soggetti della moderna promozione sportiva e della promozione sociale attraverso lo sport. Per quanto ci riguarda gli Enti dovrebbero avere come finalità la crescita, ossia la “promozione” della persona attraverso la pratica dello sport. Nasce da qui, dalla centralità della “persona” piuttosto che dello sport in quanto tale, la nostra specificità e il nostro essere cosa diversa dalle Federazioni. Su questa distinzione occorrerebbe riconsiderare tutta la questione relativa al nostro rapporto con il Coni che vedo giocato in termini di complementarietà, di alleanza, di dialogo tra due mondi contigui ma non del tutto sovrapponibili a causa delle diverse “mission”. Pertanto, mi auguro che nel prossimo quadriennio ci sia una discussione franca, serena su questi temi che porti senza traumi e senza divisioni, a trovare per tutti un quadro di riferimento normativo non ambiguo, con maggiori risorse destinate a tutto lo sport ma con un investimento pubblico sullo sport sociale. Non chiediamo di uscire dal Coni, nè vogliamo contrapporci; non ne discutiamo le prerogative né il ruolo di guida del movimento sportivo italiano. Chiediamo invece che per certe attività che sono esclusiva responsabilità di soggetti diversi ci sia un riconoscimento e un sostegno diretto da parte dello Stato. Alla luce della soppressione del Ministero dello Sport ci sentiamo sollecitati a riproporre l’istituzione almeno di un organismo in cui siano presenti tutti i soggetti titolati a promuovere lo sport di cittadinanza: le Regioni, gli Enti Locali, la Scuola, le Associazioni di sport per tutti.

Questioni di rappresentanza - Il periodo della nostra campagna congressuale è coinciso con il rinnovo degli organi elettivi del Coni. Manca ormai solo l’elezione del Presidente e dei componenti della Giunta nazionale ed il quadro sarà completo.

Siamo stati chiamati in causa a tutti i livelli territoriali per determinare le presenze dei rappresentanti degli Enti nei Consigli del Coni. Poiché i regolamenti non attribuiscono poteri elettivi agli EPS se non ai cinque del Consiglio nazionale che rappresentano 1/16° del corpo elettorale – siamo stati meno impegnati e coinvolti nelle scelte del rappresentante degli Enti nelle Giunte. Al termine di questa lunga tornata elettorale, possiamo contare su oltre 70 dirigenti eletti nei Consigli provinciali e regionali e significative presenze nelle Giunte, con addirittura 2 Vice Presidenti provinciali del Coni. E’ un dato significativo, che testimonia una presenza dell’US Acli reale, visibile e competente nei territori. Una presenza che ci viene riconosciuta dagli interlocutori e dai compagni di strada e sulla quale non è possibile “bluffare”. Ai nostri rappresentanti giungano il plauso e gli auguri del Congresso nazionale ma anche la raccomandazione di rappresentare tutta la particolarità, l’originalità, la complessità dell’US Acli. Siamo sempre più convinti che negli organi di governo del Coni è bene esserci; tuttavia non possiamo ritenere che questa presenza sia sufficiente ed esaustiva delle nostre istanze.
Rispetto a quattro anni fa, la nostra posizione non è cambiata, soprattutto per ciò che riguarda gli organi nazionali. Non ci convincono la rappresentanza limitata a cinque Enti, così come la sostanziale impossibilità degli Enti di autodeterminare il loro rappresentante in Giunta. E’ bene ricordare, qualora ne avessimo bisogno, come il passato quadriennio non abbia fatto altro che confermare la limitata possibilità di incidere su questioni fondamentali per lo sviluppo di quello sport “altro” rispetto a quello di prestazione e che per noi è lo sport di base, lo sport per tutti, lo sport di cittadinanza. Per quanto scettici, non avremmo comunque immaginato che le novità introdotte dal Decreto Legislativo n. 15/2004 avrebbero segnato l’inizio di divisioni sempre più laceranti tra gli Enti di Promozione. Investendo energie intellettuali, fisiche, strutturali ed economiche, di fatto sottratte al suo stesso sviluppo, l’US Acli si è generosamente prodigata nel vano tentativo di ricostruire la coesione e la compattezza necessarie per dare forza e autorevolezza al mondo della promozione sportiva, accettando la guida del Coordinamento. Senza un profilo istituzionale e un quadro di funzioni e competenze chiaro; senza un minimo di budget a disposizione, né un ufficio dove lavorare o semplicemente smaltire la corrispondenza, senza un regolamento di funzionamento, con l’aiuto di pochi volenterosi, abbiamo tentato di tenere un profilo alto; tuttavia, non siamo riusciti ad evitare divisioni e gelosie, a non cadere nelle reti lanciate da chi considera gli Enti un incidente, sovrastrutture inutili o pericolose e pertanto da indebolire. Quasi tutti preoccupati unicamente di portare a casa il più possibile in termini di quote del contributo Coni, gli Enti sono stati capaci solo di litigare, senza mai trovare unità: sulle fasce per l’attribuzione dei contributi, sul Registro, sulle posizioni dei Governi, sulla legge di riconoscimento da parte dello Stato, sul fondo per lo sport di cittadinanza, sulle revoche dei riconoscimenti e su tante altre questioni.
Si è rivelato un autentico “supplizio di Tantalo” tentare di mettere d’accordo, di volta in volta, i cosiddetti o presunti grandi e i cosiddetti piccoli; quelli considerati di destra e quelli più schierati a sinistra; i laici e i cattolici; gli “storici” e i nuovi, quelli più vicini al Coni e quelli più autonomi, i belli e i brutti, i bruni e i biondi. Alla fine, tenere la barra dritta non è servito granché; e ad essere penalizzati sono stati proprio coloro che più degli altri hanno lavorato per l’unità e la pari dignità, per il discernimento, rifiutando subalternità e consociativismo nel tentativo di conservare una precisa identità. Fiduciosi all’eccesso, auspicavamo che queste elezioni per gli organi del Coni potessero rappresentare l’occasione per proposte unitarie che recuperassero identità, storia, tradizioni democratiche, politicità, spazi di dibattito. Abbiamo più volte provato a riunirci, stabilendo anche le priorità degli argomenti all’ordine del giorno: primo, il ruolo del Coordinamento; secondo, i programmi per il futuro dello sport di cittadinanza ed i relativi pronunciamenti dei candidati alla presidenza del Coni in base ai quali scegliere per chi votare; terzo, la scelta dei rappresentanti degli Enti in Consiglio; quarto, l’individuazione del rappresentante in Giunta. Ebbene, si è “menato il can per l’aia” fino al momento del voto del 15 aprile, senza affrontare realmente alcuno dei temi al tappeto. Pertanto, altro che programmi: la nostra rappresentanza è stata scelta e giocata non sulle questioni che più direttamente ci riguardano ma sulla base delle preferenze per questo o quel candidato alla Presidenza nazionale del Coni. Una scelta che – in assenza di programmi, se non condivisi almeno conosciuti – è solo fideistica o amicale, per appartenenza o per simpatia. Ci siamo perciò divisi tra petrucciani, barelliani, forse qualche chimentiano e coloro – noi tra questi – che avrebbero voluto sentire qualche pronunciamento su un Documento di proposta, neanche tanto impegnativo, che qualcuno si era sforzato di elaborare. Una posizione, la nostra, che non poteva essere scambiata per indecisione, né per disinteresse, né tantomeno per tatticismo. Ma evidentemente, la vocazione al discernimento, il rifiuto dell’opportunismo, la scelta dell’essere “autonomamente schierati” invece che “clandestini a bordo” di una nave che ci tiene dentro ma non ci accoglie, non è sufficientemente apprezzata. E siamo fuori dagli organi del Coni. Ora mi auguro che qualcuno non osi riproporci di assumere l’onere del Coordinamento, così come è già stato fatto. “No grazie”, perché dati i precedenti e la natura di parte dei soggetti in campo, accettare equivarrebbe ad un improduttivo atto di masochismo al quale non siamo vocati. Fino al 6 maggio, giorno in cui si eleggeranno il Presidente e la Giunta del Coni staremo ad ascoltare più che a guardare. Successivamente, confrontandoci con coloro che vogliono confrontarsi e dentro un quadro di alleanze che deve tener conto di quanto è accaduto in questi anni, cercheremo risposte su alcuni temi.

Innanzitutto i programmi per lo sport sociale, per tutti, di cittadinanza e quali risorse si vogliono destinare; quale investimento è disposto a fare il Coni, destinatario di rilevanti risorse pubbliche, in direzione di un nuovo welfare, a sostegno di uno sport che è opportunità educativa, tutela della salute, occasione di socialità, strumento di educazione alla pace – alla democrazia e alla cittadinanza attiva.

Il secondo tema è relativo a quali azioni si vogliono mettere in campo per rilevare l’effettiva consistenza, non solo numerica, degli Enti di Promozione. Un terzo tema riguarda gli impegni che i nuovi organi del Coni vorranno prendere rispetto ad una riscrittura della disciplina dei rapporti con gli Enti, con riferimento soprattutto a due questioni:
a) il regolamento per la determinazione e la concessione dei contributi,con la definizione di criteri certi, trasparenti, verificabili, che tengano conto dell’utilità sociale della progettualità dei singoli Enti;

b) il rapporto con le Federazioni sportive e le Discipline associate, alcune delle quali interpretano il loro ruolo in termini monopolistici, negando le autonomie degli Enti e delle loro associazioni, impedendo di fatto la doppia affiliazione, vietando un percorso che è anche ideale, prima che tecnico ed organizzativo, mortificando anche una storia che ha comunque prodotto più di un atleta di alto livello.

Quarto tema è quello del Coordinamento degli Enti di Promozione, previsto tra gli organi del Coni ma che sostanzialmente vive in uno stato di limbo. Noi sosteniamo che il Coordinamento debba essere la sede rappresentativa di tutti gli Enti, che elabori le proposte “vincolanti” per i rappresentanti degli Enti nel Consiglio e nella Giunta nazionale del Coni. Pertanto, chiediamo che si proceda a determinarne un profilo istituzionale più chiaro, con un regolamento e degli strumenti che lo rendano funzionale ed efficace.
Collegato all’effettiva rappresentanza di tutti gli Enti di Promozione Sportiva c’è un ultimo tema sul quale verificheremo la disponibilità del Coni, che vorremmo al nostro fianco per proporre al Governo e al Parlamento una revisione del Decreto legislativo che prevede una delegazione di cinque rappresentanti degli Enti nel Consiglio nazionale del Coni; data la consistenza numerica, anche di quelli considerati più piccoli, sarebbe opportuno l’allargamento a tutti gli Enti riconosciuti.
Almeno per quanto riguarda le riflessioni da consegnare al dibattito congressuale, ritengo giusto fermarmi qui. Non voglio abusare ulteriormente della vostra pazienza ed attenzione; non voglio mancare di rispetto al Presidente e al gruppo dirigente che verrà fuori da questa assemblea e prenderà il timone di questa nostra nave impegnata in mare aperto.
C’è una parte più privata che intendo comunque consegnarvi.
Questi giorni sono proprio come temevo che fossero. Il lungo training al quale mi sono sottoposto mentre ci avvicinavamo al Congresso, non riesce a mitigare, a rendere più gestibile il caleidoscopio di emozioni, il film di immagini, volti, sensazioni che mi stanno prendendo il cuore, la testa, la pancia. Domani sarà la Festa della Liberazione e nell’anniversario della Liberazione penseremo anche alla nostra Costituzione che va difesa nei suoi principi fondamentali con rigore e tenacia: è un compito anche nostro che come Associazione siamo figli di questa Costituzione.
Festa della Liberazione … e saremo tutti un po’ più liberi; voi vi libererete di me ed io probabilmente libererò una parte del mio tempo. La curiosità delle date, o il destino nelle date; il 25 aprile eleggeremo e festeggeremo Marco nel giorno di San Marco, mentre a me, persona allergica al dominio, toccò per la prima volta il 5 maggio, giorno passato alla storia per la morte di un generale imperatore.
Molti, dentro e fuori la nostra Associazione, mi hanno chiesto “perché?” e perché non facessi ricorso alla possibilità del terzo mandato che pure è contemplata nel nostro Statuto.
Attestati di amicizia e di stima che mi hanno scosso e commosso ma non smosso. Né superbia, né viltà; né stanchezza, né appagamento. La mia decisione non è neppure una decisione. Voglio dirlo con grande serenità, per l’ultima volta: io non sto “lasciando” la Presidenza dell’US Acli, ma sto semplicemente concludendo un percorso di doppio mandato per complessivi otto anni; un limite che non solo condivido, ma per il quale mi sono sempre battuto, nelle Acli e nell’US. Se c’è un luogo, un ambito in cui la decisione è stata presa, quell’ambito è la coerenza che ho sempre tentato di esprimere; se c’è una data, è quella in cui ho presentato la candidatura per essere rieletto al Congresso di Montesilvano.
Non mi sarei ricandidato neppure se ci fossimo trovati in condizioni critiche o di difficoltà, poiché mi sarei considerato il primo e maggiore responsabile della crisi e delle difficoltà. Mi sostituirà un dirigente che è una garanzia. Ho conosciuto Marco Galdiolo nel 1989 al Congresso di Ferrara e nacque da allora un’amicizia profonda ma soprattutto una collaborazione intrisa di lealtà e rispetto reciproco. Se c’è bisogno della mia esperienza, Marco sa che può contare su di me. Egli è allo stesso tempo tanto simile e tanto diverso da me, tanto quanto serve per essere un degno Presidente di questa nostra grande associazione.
Consegnando la fascia di capitano esco dal campo non solo dopo otto anni, ma dopo 26 anni di ininterrotta presenza nella Presidenza Nazionale: più della metà della mia vita.
Non completamente soddisfatto del risultato della squadra e tantomeno della prestazione personale, esco però dal campo con la maglietta sudata, come quei giocatori che hanno dato tutto. Se per un qualsiasi sortilegio fosse possibile andare indietro nel tempo, a rivisitare le pagine della mia vita, alcune le ritoccherei, altre le riscriverei completamente ma questa pagina scritta insieme a tutti voi la lascerei interamente così come è stata.
Insieme a Marco, devo ringraziare un po’ di persone:

- la mia famiglia che ha sopportato i miei ritmi;

- i 3 presidenti che mi hanno preceduto:

Vittorio Villa che decise di investire su un giovanotto che nel 79 era stato l’ultimo degli eletti nel Congresso della sua Provincia;

Pino Bendandi che mi volle in Presidenza e mi affidò i primi incarichi delicati;

Vincenzo Menna che prima mi portò alle Acli e poi mi consegnò la guida dell’US;

- i Presidenti delle Acli coi quali ho avuto la possibilità di lavorare: Giovanni Bianchi, Franco Passuello, Gigi Bobba, Andrea Olivero;

- Nicola e Gianni, compagni di tante cene che inevitabilmente finivano per prolungare la giornata di lavoro;

- Marinella che da mia formatrice è diventata custode delle mie ansie, delle mie paure, delle mie gioie;

- tutti i colleghi di Presidenza dall’83 ad oggi;

- tutti i ragazzi e le ragazze che hanno lavorato in sede nazionale;

- Renata che ho stressato col mio disordine;

- e tutti voi.

Qualcuno tra di Voi mi prende amabilmente in giro perché farcisco i miei discorsi con le frasi delle canzoni. Il problema è che in questi anni ho comprato tanti libri e tanti altri me ne hanno regalati, ma non ho avuto il tempo di leggerli. Perciò faccio riferimento per le citazioni, e gli exergo ai compagni di viaggio dei miei 60.000 Km. annui. Il mio attuale “filosofo” di riferimento si chiama Lorenzo Cherubini e voglio chiudere con le parole di una sua canzone dedicata ad una donna e che penso si adatti bene anche alla mia storia d’amore con l’US Acli.
A te che mi hai trovato
All’angolo coi pugni chiusi
Con le mie spalle contro il muro
Pronto a difendermi
Con gli occhi bassi
Stavo in fila
Con i disillusi
Tu mi hai raccolto come un gatto
E mi hai portato con te
A te io canto una canzone
Perché non ho altro
Niente di meglio da offrirti
Di tutto quello che ho
Prendi il mio tempo
E la magia
Che con un solo salto
Ci fa volare dentro all’aria
Come bollicine
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
A te che sei il mio grande amore
Ed il mio amore grande
A te che hai preso la mia vita
E ne hai fatto molto di più
A te che hai dato senso al tempo
Senza misurarlo
A te che sei il mio amore grande
A te che mi hai insegnato i sogni
E l’arte dell’avventura
A te che credi nel coraggio
E anche nella paura
A te che sei la miglior cosa
Che mi sia successa
A te che cambi tutti i giorni
E resti sempre la stessa
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Essenzialmente sei
Sostanza dei sogni miei
A te che non ti piaci mai
E sei una meraviglia
Le forze della natura si concentrano in te
Che sei una roccia sei una pianta sei un uragano
Sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano
A te che hai reso la mia vita bella da morire, che riesci a render la fatica un immenso
piacere,
a te che sei il mio grande amore ed il mio amore grande,
a te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più,
a te che hai dato senso al tempo senza misurarlo,
a te che sei il mio amore grande ed il mio grande amore,
A te che sei, semplicemente sei, sostanza dei giorni miei, sostanza dei sogni miei…
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