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XIII Congresso Nazionale USACLI |
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Relazione introduttiva di Alfredo
Cucciniello |
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Amici congressisti, ospiti, delegati, va a tutti voi il
più sentito ringraziamento, mio e della Presidenza
Nazionale dell’US Acli per la presenza e per i
contributi che vorrete portare al dibattito di questo
nostro XIII Congresso Nazionale: un’assemblea che
rappresenta il traguardo, la conclusione di una intensa
stagione cominciata sin dal mese di dicembre e che, come
nelle nostre migliori tradizioni, è stata impegnativa,
faticosa, ricca di proposte, incentrata sul dialogo e
sul confronto, tra di noi, con le Istituzioni e con
tutti i soggetti attivi e rappresentativi
dell’associazionismo sportivo. Una lunga corsa a tappe,
fatta di oltre 4.000 assemblee di base e 120 congressi
tra provinciali e regionali segnati da alcune parole
chiave quali radicalità, rigenerazione, rinnovamento. |
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Radicalità, ossia l’ancoraggio forte ad una
storia che è ormai lunga 65 anni, al pensiero fondativo,
a quei valori e a quelle fedeltà che non sono
negoziabili, alle scelte indiscutibili. |
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Rigenerazione, ovvero una rivisitazione e
riprogettazione del modello associativo, sia in termini
organizzativi che valoriali. Ci siamo messi in
discussione, dalla più piccola alla più grande delle
nostre realtà, per costruire una dimensione sempre più
capace di affrontare le sfide lanciate da una società in
continuo mutamento. |
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Rinnovamento per superare alcune rigidità senza
prospettive e per rendersi il più possibile aperti a
stimolare ed intercettare nuove domande, nuovi bisogni e
nuove fasce di cittadinanza, esprimendo inedita
politicità. Un rinnovamento che significhi anche
ridefinizione del pensiero strategico e non solo
ricambio della classe dirigente. Anche se, su questo
versante , mi pare significativo segnalare che abbiamo
ben 40 nuovi presidenti provinciali e 9 nuovi presidenti
regionali, che diventeranno presto 11. |
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Democrazia e diritti - Certamente tutti noi
continuiamo a vivere le scadenze congressuali come
momenti particolarmente importanti e vitali per la
nostra associazione e non come la semplice celebrazione
di un rituale. Di fatto sappiamo bene che porsi ogni
quattro anni il problema di ridefinire gli assetti, di
eleggere con vere e proprie votazioni quanti si
assumeranno la responsabilità di guidare l’US Acli negli
anni a venire, è un segno forte della nostra fedeltà
alla democrazia: un valore di fondo nelle Acli e
nell’US Acli, proprio a cominciare dal nostro interno
con la vigilanza sul rispetto delle regole e dei
processi democratici alla base della vita associativa. |
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Non a caso, spesso la nostra lentezza nel modificare le
cose - che qualche volta può diventare un limite e che
sovente ci viene rimproverata- parte veramente dalla
volontà di coinvolgere tutti dentro le discussioni e i
confronti che preludono le scelte. E non a caso, il
nostro rispetto per i diritti che è alla base
delle più tenaci battaglie di tanti anni per il diritto
d’accesso ad una pratica sportiva a misura di ognuno,
per il riconoscimento della natura sociale dello sport
per tutti, ha le sue radici più profonde nel rispetto
per i valori della democrazia, non potendo l’una
esistere senza gli altri. |
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Sviluppare energia democratica - “Riguardo le
regole del gioco non è possibile lo scetticismo” afferma
la piattaforma congressuale richiamando Huizinga e il
suo “Homo ludens” “ perché non appena si trasgrediscono
le regole, il mondo del gioco crolla”. |
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Lo stesso avviene per le regole della democrazia, essere
scettici provoca crolli incommensurabili. Per questo,
compito irrinunciabile dell’US Acli che uscirà dal
Congresso sarà quello di assumersi la responsabilità di
mantenere e sviluppare tra noi e nel mondo sportivo
quella robusta energia democratica che da sempre ci
caratterizza. |
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C’è urgenza in questo. Perché in una situazione come
l’attuale, è lo stesso concetto di “diritto” che sembra
allentarsi, confondersi, perdersi: quando un diritto non
viene condiviso, si tende a dimenticare che proprio
perché è un diritto lo si può esercitare o meno. E’
questa la bellezza della democrazia. Se pensiamo allo
“sport per tutti”, pensiamo che praticarlo non è un
dovere ma un diritto: diritto di promuovere la
propria corporeità, il proprio benessere, la propria
salute. E’ un diritto che si può riconoscere o meno ma
non lo si può negare ad altri, ad esempio non creando –
come ancora succede – le condizioni concrete per
valersene. Sostenere la cittadinanza del diritto,
la sua legittimità democratica, è dunque il fondamento
del nostro impegno a sostenere ogni diritto di
cittadinanza. Anche quello dello sport sociale. |
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Fare squadra - Il nostro XIII Congresso non apre
su tempi facili. Anche per questo credo sia doveroso
fare un augurio ai nuovi presidenti, a coloro che hanno
accettato la scommessa di guidare l’US Acli, di
assumersi questo incarico e gli oneri che sicuramente ne
derivano. |
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E un ringraziamento sincero, sentito, caloroso, va a
quanti hanno concluso un ciclo e con spirito di servizio
continueranno – con responsabilità e ruoli diversi – a
spendere tempo, entusiasmo, passione e competenze per
questa associazione che, fin dalla nascita, ha scelto di
privilegiare il team, il “fare squadra” piuttosto
che la via del presidenzialismo. |
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Sono convinto che rinnovare la scelta di fare
squadra sia una decisione essenziale, non solo da
sostenere perché razionalmente è un buon metodo di
divisione del lavoro e dell’impegno. Sappiamo che nello
sport una squadra non sempre fa squadra, non
sempre sa cioè mettere in campo capacità, razionalità e
passione di gioco di ognuno per arrivare “diritta alla
meta”. |
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Poiché siamo un’associazione fatta di persone, fare
squadra significa suscitare ed esprimere insieme alla
consapevolezza, l’emozione della responsabilità.
L’emozione di condurre un gioco e di portarlo a termine.
Senza emozione non si suscita azione. Senza azione non
c’è promozione, diffusione di valori e di iniziativa
efficace. |
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Assumere responsabilità – Di fatto nel fare
squadra, l’assunzione di responsabilità – che è comunque
un passaggio delicato e importante per la vita di una
associazione democratica – rivela quanto lo sia anche e
soprattutto per la vita delle persone poiché ne mette in
gioco motivazioni, investimento, aspettative
prima ancora che saperi e competenze. Già nel
quadriennio trascorso l’investimento su dirigenti e
operatori territoriali è stata una scelta politica forte
dell’US Acli, ben sapendo che far crescere classe
dirigente preparata, orientata al sociale, responsabile,
richiede un grande sforzo di gestione politica,
organizzativa, formativa. |
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Richiede anche cura e attenzione particolari per evitare
il rischio di scivolare nella logica che Bauman, il
filosofo della vita liquida, definisce con la metafora
del “campeggio di roulottes”. “E’ come se ognuno di noi
vivesse la sua organizzazione di appartenenza come una
roulotte parcheggiata in una piazzola, in un campeggio
in cui ci sono molte altre roulottes, nel quale si
sviluppano anche buone relazioni di vicinato […] ma ciò
che conta è che ognuno possa vivere la sua vacanza in
tranquillità, senza essere disturbato dal vicino”.
Dandosi da fare per affrontare i problemi posti dalla
società in cui si vive e dagli obiettivi che ci si pone,
è facile entrare in questo meccanismo.
Perché di fronte alle tante questioni che presenta la
propria organizzazione, spesso si pensa che sia in fondo
inutile farsi carico, assumersi responsabilità di
problemi in apparenza legati solo alla struttura e alla
gestione del “campeggio” (che non è nostro) e in
definitiva lontani dalla propria realtà.
Assumere responsabilità è invece qualcosa di
più del mettersi a disposizione per una sia pur ottima
gestione della quotidianità. E’ immaginare il futuro, è
muoversi su orizzonti fluidi che non stanno fermi ad
aspettare di essere raggiunti; agire nel sociale
richiede ai dirigenti dell’US Acli dai quali dipendono
le politiche, le linee, le scelte territoriali compiute
dall’associazione, di intercettare i bisogni della
gente; di sperimentare una realtà sempre più ricca di
stimoli, di sfide, di attese di cambiamento; di
verificare in concreto i continui spostamenti di
frontiera dello sport, con tutte le sue opportunità e i
suoi rischi. |
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Un’organizzazione a rete che “fa rete” - La
necessità di muoversi su questo orizzonte più ampio,
l’aumento della differenziazione sociale che richiede
una forte articolazione localistica e settoriale,
portano problemi inediti di coordinamento e di
rappresentanza. Il problema non nasce oggi. Già il XII
Congresso aveva messo in evidenza che “per essere in
grado di cogliere e interpretare le domande di senso e
di identità che emergono dal sociale” le grandi
associazioni nazionali come le Acli e come l’US
avrebbero dovuto continuare a costruirsi e svilupparsi
come organizzazioni a rete. |
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Molto più che un collegamento e una interazione tra le
parti di un sistema ma una organizzazione a rete che
fa rete tra organizzazioni con culture organizzative
anche molto diverse tra loro, con diversi interessi e
poteri. |
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Penso ad esempio agli Enti di promozione, al Coni,
all’istituzione scolastica, all’ente locale e così via.
E’ di fatto una scelta “politica” perché innesta un
processo verso una comunità capace di individuare
e gestire i problemi che nascono al suo interno e
talvolta di risolverli. |
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Consolidare lo spirito di appartenenza – Mi è
stato chiesto più volte negli ultimi tempi, di fare un
bilancio di questo quadriennio. Una valutazione che è
soprattutto compito del Congresso; di quanti oggi sono
qui presenti e di quanti sono lontani ma già si sono
espressi negli appuntamenti territoriali. Tuttavia credo
che si possa mettere fin da ora tra gli aspetti positivi
del bilancio, un significativo consolidamento dello
spirito di appartenenza all’associazione, più
marcato o quantomeno più visibile rispetto a pochi anni
fa. |
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E’ un fatto molto importante perché l’orgoglio
dell’appartenenza è frutto di legami associativi robusti
che nascono là dove c’è relazione, si creano tra persone
che hanno e riconoscono di avere una storia comune,
condividono una cultura ed esperienze significative,
hanno un proprio linguaggio, obiettivi comuni. Una
marcia in più per tutta l’US Acli, un richiamo a quell’
”insieme si può” che è stato – ed è ancora - uno degli
slogan più densi di significato, più trainanti ma anche
più simbolicamente espressivi della comunità aclista. |
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Penso che il consolidamento dello spirito di
appartenenza derivi in gran parte da quella “cura
dell’associazione” (in altri termini “cura della
relazione”, del nostro patrimonio sociale) che è
stata una delle priorità indicate dal precedente
Congresso ed oggi un punto di partenza per immaginare e
costruire futuro. |
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Un quadriennio ad ostacoli - Chiudiamo un
quadriennio che, come e forse più del precedente
2001/2005, è stato irto di ostacoli e di insidie. Non a
caso si è in qualche modo dovuto allentare l’attenzione
sulla cura della rete associativa, sul sostegno delle
capacità progettuali; sullo sviluppo e sulla formazione
di classe dirigente e quadri tecnici e sulla promozione
di nuove iniziative, perché abbiamo dovuto far fronte a
problematiche ed adempimenti che hanno appesantito la
nostra attività, rallentando il processo di sviluppo
complessivo dell’Associazione.
Abbiamo rischiato di annegare nelle sabbie mobili di
burocratismi spesso inutili, che stridono con la
naturale evoluzione del percorso dello sport per tutti,
che penalizzano e scoraggiano il volontariato alla base
del movimento sportivo, senza il quale probabilmente non
ci sarebbe più lo sport.
Soprattutto, in questi ultimi anni ci siamo trovati a
dover giustificare e difendere il riconoscimento del
Coni, confermato solo per quegli Enti che riescono ogni
anno ad iscrivere come minimo 1000 ASD distribuite su
almeno 15 Regioni e 70 Province al Registro istituito
presso il Coni. |
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Abbiamo sempre contestato il Registro, ritenendolo
strumento farraginoso, che appesantisce e che a nostro
avviso risulta poco attendibile anche quale
certificatore e fotografo delle varie realtà
associative. Siamo sempre stati convinti che una
verifica sui numeri degli EPS dovrebbe essere fatta e
che non basti l’autocertificazione ma che sarebbe utile
l’uso di strumenti diversi, soprattutto se i numeri
vengono utilizzati per determinare sostegno e contributi
per le attività. |
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Si potrebbe, per esempio, chiedere agli Enti di esibire
i contratti assicurativi, dato che l’assicurazione è
obbligatoria e da quelli ricavare il numero effettivo
degli iscritti. Una verifica molto attendibile sarebbe
possibile con il coinvolgimento e la
corresponsabilizzazione dei Comitati provinciali del
Coni: un Presidente del Coni sa quali sono gli Enti
realmente presenti sul territorio e in che misura; un
Presidente del Coni legge i quotidiani e i settimanali
che escono nella sua Provincia e sa bene chi promuove
attività e chi esiste solo sulla carta. Le sedi
territoriali del Coni, al pari degli uffici del Foro
Italico, potrebbero anche ricavare attraverso le
presenze negli organismi del Coni, quali siamo gli Enti
realmente rappresentativi di una realtà organizzata e
“consistente”. |
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Tuttavia, avremmo preferito che insieme a numeri certi
venisse verificata e valutata soprattutto la
progettualità degli Enti e la ricaduta della loro
attività in termini di benessere sociale. |
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Mi è capitato in questi mesi di leggere editoriali su
qualche house-organ, di Enti che agitano le graduatorie
del Registro ASD come clava e trofei di guerra,
sostenendo che chi avversa o critica il Registro lo fa
perché non può più dare i numeri fasulli con le
autocertificazioni. |
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Noi che con l’autocertificazione non abbiamo mai barato,
sosteniamo che neppure il Registro è attendibile, perché
potrebbe agevolare proprio i furbi se è vero, come è
vero, che una Polisportiva può essere registrata più
volte; potrebbe agevolare i furbi perché permette di
essere registrata a cinque società che hanno la stessa
sede sociale; potrebbe agevolare i furbi perché consente
la registrazione a ristoranti e pizzerie e perfino a
qualche circolo privato dove si pratica lo scambio di
coppie. |
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Il Registro è poco attendibile perché potrebbe
consentire, con un modesto investimento economico, la
registrazione di uno Statuto di società inesistente e
poi perché consente la registrazione attraverso il clic
di un operatore all’uopo dedicato. |
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Burocratizzare lo sport per tutti - Ho utilizzato
il condizionale “potrebbe agevolare”, “potrebbe
consentire” che rimanda ad una eventualità, ad una
ipotesi. Ma avrei potuto usare anche un più perentorio
indicativo presente: agevola, consente. |
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Chi non ha una rete territoriale da sostenere ed
ascoltare; coloro che possono permettersi di regalare le
tessere ed offrire denaro ai dirigenti territoriali di
altri Enti; chi si affida a procacciatori locali dando
vita ad una sorta di franchising, può permettersi di
accettare acriticamente il Registro e perfino di
diventarne acceso sostenitore, un ultras. |
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Noi, ragionando su ciò che veramente è sport sociale,
vorremmo che si tenesse conto delle tante realtà, dei
gruppi sportivi che ogni giorno, con fatica, in luoghi,
con modalità e con soggetti differenti dallo sport
codificato, svolgono un ruolo importante nel garantire i
diritti di cittadinanza attraverso l’attività motoria e
sportiva; non tenerne conto, significa di fatto non
riconoscere la diversità, la specificità, la
ricchezza, le modalità dello sport sociale, dello sport
per tutti, dello sport di cittadinanza. |
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Per rimanere alle ASD, parlando di vincoli e freni,
penso alle complicate procedure messe in atto per il
loro riconoscimento e conseguente accesso alle
opportunità previste dalla legge: i contributi,
l’utilizzo delle strutture pubbliche, le agevolazioni
fiscali. Tuttavia, pur continuando a non condividere
l’istituzione del registro delle ASD nelle forme e nelle
procedure adottate dal Coni, in questi anni la nostra
associazione si è impegnata a far conoscere i benefici e
le opportunità della legge riguardante le associazioni
sportive dilettantistiche e a invitare le società
sportive a valutare seriamente la convenienza di
adeguarsi a tale normativa, supportandole, anche con
notevole sforzo organizzativo, negli adempimenti
conseguenti riguardanti la modifica dello statuto, l’
affiliazione, l’ iscrizione al Registro. |
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Questo ha voluto dire per la nostra struttura nazionale,
per i comitati provinciali, per le associazioni/società
sportive, la necessità di adeguarsi a modalità,
procedure e strumenti imposti e in continuo
aggiornamento, compresi e seguiti con fatica e
difficoltà perché modulati su di uno sport a struttura
sportiva federale che risulta estraneo alla gran parte
delle società sportive che si affiliano all’US Acli.
Procedure farraginose che richiedono impiego di tempo,
risorse e un coinvolgimento ridondante di soggetti.
Conseguenza di ciò è che, in questi anni, pur con un
reale numero di ASD affiliate che andava ben oltre il
limite imposto dal Coni, l’US Acli è riuscita con
difficoltà a far completare l’iter dell’iscrizione al
Registro a un numero appena sufficiente di ASD
affiliate. |
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Più burocrazia meno sport - Quello che ritengo
maggiormente preoccupante, è il rischio sempre più
concreto che questa eccessiva burocratizzazione
determini un progressivo allontanamento dalla pratica
sportiva “organizzata” di quei piccoli gruppi che fanno
grande la nostra associazione. Tuttavia, se le leggi e
le disposizioni sono queste, non possiamo esimerci dal
rispettarle. Non possiamo rischiare di perdere il
riconoscimento per una posizione politicamente
intransigente o, peggio ancora, per pigrizia o
sottovalutazione delle possibili conseguenze. Non è a
rischio solo una parte importante del nostro bilancio,
bensì - per la struttura nazionale, per le sedi
territoriali e per le società sportive di base - la
possibilità stessa di operare. E’ una questione sulla
quale dobbiamo sentirci tutti responsabili e
interdipendenti, perché le difficoltà di un comitato
provinciale o regionale costituiscono un handicap per
tutta l’Associazione. Da questo Congresso deve pertanto
partire un approccio diverso con il Registro, anche se
non cambia il giudizio sulla sua sostanziale iniquità ed
inutilità. Alle difficoltà descritte si devono
aggiungere quelle di carattere economico. Le
ristrettezze, la difficoltà più o meno colpevole nel
reperire risorse aggiuntive all’autofinanziamento e al
contributo Coni, la pressoché cronica mancanza di
liquidità, hanno frenato non poco l’azione della sede
nazionale. |
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Purtroppo, al di là della crisi attuale che scoraggia
più di un possibile investitore, dobbiamo constatare
ancora una volta che le iniziative di sport sociale e di
cittadinanza, gli eventi e le campagne promosse dal
mondo della promozione sportiva non attraggono nella
misura sperata sponsor potenziali che cercano piuttosto
visibilità senza porsi problemi di responsabilità
sociale. E poi anche noi, siamo probabilmente “diversi
tra i diversi”, anche come Acli: apparteniamo alla
gente, a valori, a storie, a idealità ben precise;
lavoriamo per un “bene comune” che trova oggi poca
reputazione. |
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Segnali di crescita -Tuttavia, e ciò nonostante,
la nostra crescita, lenta ma costante, non si è
interrotta. E se analizziamo le risorse messe in campo
con impegno e generosità ma anche le potenzialità che
per vari motivi sono rimaste in panchina, possiamo
affermare con certezza che il processo di crescita non
si è certamente esaurito. Con l’ultimo tesseramento
concluso al 30 settembre 2008, abbiamo sfondato il muro
delle 4.400 società sportive affiliate. Numeri veri e
non parole; solo il 25% di esse si è “registrato” presso
il Coni ma si tratta di associazioni di persone in carne
ed ossa e l’aspetto principale, se non esclusivo della
loro attività, è lo sport. Nell’ultimo triennio ci siamo
poi attestati su una media di 316.000 tesserati, con il
picco raggiunto nel 2006 a quota 323.959. |
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Rispetto all’obiettivo di una maggiore consistenza
organizzativa, dichiarato al Congresso di
Montesilvano e alla successiva Assemblea Programmatica
di metà mandato – che comunque non è mai un fatto solo
numerico – possiamo ritenere largamente positivo il
bilancio del quadriennio. Non possiamo sentirci appagati
ma la soddisfazione c’è e va esplicitata perché va
riconosciuto il giusto merito a coloro che hanno
permesso il conseguimento di questo risultato: i
dirigenti che operano sui territori. La soddisfazione
non può che aumentare quando - ed è il nostro caso - si
è camminato su sentieri scoscesi, su strade lastricate
di ciottoli e sampietrini; non abbiamo intrapreso comode
scorciatoie, non abbiamo svenduto o regalato la tessera;
non abbiamo aggredito, non abbiamo raccolto i fiori nel
giardino dei vicini. Per usare ancora una volta un gergo
sportivo, diciamo che la nostra campagna di
rafforzamento si è basata sull’acquisizione di nuove
energie, di nuove competenze, di persone libere e senza
contratto. Non abbiamo fatto acquisti, né al mercato
estivo né a quello di riparazione. Nello stesso momento
in cui sottolineiamo la positività di alcuni risultati,
rivolgiamo un appello a quei dirigenti che li hanno
permessi e colti; occorre un ulteriore sforzo –
culturale prima che organizzativo – per percepire,
sondare e cogliere le trasformazioni dell’attività
sportiva in tutte le sue dimensioni. Per governare,
invece di subire, un mutamento che coinvolge milioni di
persone che ci guardano con attenzione e con speranza;
persone che aspettano che tendiamo loro una mano e che
abitano mondi a noi vicini e contigui. Penso alle
parrocchie, ai centri per anziani, alle case di cura,
alle comunità di migranti. |
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Insieme si può - Negli ultimi anni, il cammino
dell’US Acli sul piano della costruzione e rafforzamento
dei legami associativi, è stato maggiormente
caratterizzato dalle esperienze e dalle intuizioni in
tema di governance associativa, di formazione di
sistema, di co-progettazione e di interazioni sinergiche
con l’insieme delle molteplici e multiformi presenze
delle Acli.
Siamo in una fase che offre l’opportunità di
contribuire al lavoro di analisi ed elaborazione delle
proposte di adeguamento delle politiche di aggregazione,
di organizzazione, di sviluppo; un processo di riforma
del modello organizzativo che è uno degli impegni
assunti dall’ultimo Congresso delle Acli ma che è anche
una esigenza dell’US Acli e diventa il primo terreno di
sperimentazione di nuove sinergie tra l’US Acli e
le Acli. Non solo in termini progettuali ma anche sul
piano della reciproca crescita in termini organizzativi.
Credo ci sia a disposizione un enorme giacimento da
tenere in considerazione.
Penso ai Circoli delle Acli che fanno già attività
sportiva, spesso all’interno delle Federazioni, qualche
volta con altri Enti di Promozione; penso ai Giovani
delle Acli, a quelli che si avvicinano attraverso il
Servizio Civile e agli allievi dei Centri Enaip ma anche
ai volontari dell’IPSIA, ai soci di Anni Verdi e del
Centro Turistico, agli anziani e ai pensionati della
FAP, agli operatori agrituristici e a quelli del settore
agroalimentare che si riconoscono nell’azione di Acli
Terra, agli utenti del Patronato e del CAF. Per l’US
Acli non è più rinviabile la discesa in campo di risorse
e percorsi condivisi, con la specificità della proposta
e della presenza dei singoli pezzi del sistema Acli. Ed
è compito e responsabilità dell’US Acli esercitare il
suo “essere Acli”, comprendendo e valorizzando l’enorme
potenzialità espressa dall’impegno per la promozione dei
diritti attraverso lo sport, a partire dalla possibilità
di sviluppare quel patto intergenerazionale a cui
tendono le Acli e di dare il proprio contributo al
modello politico organizzativo delle “Acli al
plurale”.
Anche su questo piano sono stati compiuti
significativi passi in avanti. Con i Giovani delle Acli
sono state realizzate interessanti iniziative e si sono
aperte prospettive di sviluppo agevolate da due scelte:
quella nostra di coinvolgere un dirigente di GA nel
nostro Consiglio Nazionale; quella di GA di assegnare
una delega sullo sport all’interno della loro Segreteria
nazionale.
In alcuni Centri Enaip sono nati gruppi sportivi e lo
sport è entrato a pieno titolo nei percorsi formativi
rivolti ai giovani impegnati nelle attività di
formazione professionale. I Giochi sportivi promossi in
Piemonte dall’Enaip e dall’US Acli possono diventare un
modello da replicare in altre zone del Paese.
Insieme al Patronato e alla FAP sono stati
predisposti gli strumenti e le linee progettuali per la
prosecuzione ed il rilancio del Progetto Vitattiva:
un’esperienza che ha dimostrato come la cooperazione tra
specificità e competenze diverse del sistema delle Acli
consente di attivare percorsi integrati, di
concretizzare nuove proposte che puntano alla
complessità della persona, della sua storia e
dell’ambiente in cui vive. |
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Con il CAF abbiamo finalmente firmato una convenzione
che può arricchire la gamma dei servizi offerti alle
associazioni sportive affiliate e stiamo predisponendo
percorsi formativi che possano aiutarle a superare
l’ostacolo costituito dal ginepraio di adempimenti cui
esse sono tenute. |
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Si tratta di una esigenza per noi ed il nostro fare ma
anche del tentativo di contrastare una deriva
eccessivamente commercializzata dei servizi di
consulenza allo sport. Assistiamo infatti ad una
tumultuosa proliferazione di studi di consulenza
e di assistenza fiscale per le società sportive, estesa
ai soci ed ai loro familiari. |
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La consulenza di orientamento sportivo così come la
gestione degli impianti e delle attività, sono ambiti
dove occorre sviluppare nuove capacità imprenditive per
realizzare progetti di qualità e per reperire risorse
economiche. Proprio quale Associazione di terzo settore
il nostro obiettivo è di contribuire a realizzare un
terziario sportivo di qualità sostenuto da nuove
professionalità legate alla progettualità sociale e un
sistema di imprese sociali di servizi rivolti allo sport
e alla persona. |
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Negli anni abbiamo diffuso sul territorio nazionale
modalità di presenza che producono reddito e risorse,
servizi alla collettività, cultura di impresa, di
mutualità, sussidiarietà, cooperazione e solidarietà. In
particolare attraverso l’impegno sull’impiantistica
sportiva grazie al rapporto di convenzione con
l’Istituto per il Credito sportivo. Recentemente abbiamo
promosso anche un’azione nel campo dei servizi
assicurativi che ha già prodotto economie e servizi
più efficienti; è una strada da percorrere con decisione
perché lo sport che privilegiamo richiede risposte nuove
e complesse. |
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Quelle descritte sono esperienze concrete attraverso le
quali abbiamo verificato il crescente ruolo dello sport
nella promozione sociale. Una volta di più abbiamo preso
consapevolezza della forza che ci deriva dall’essere
“gli sportivi delle Acli”. Il Coordinamento delle
Associazioni specifiche, sul quale le Acli sembrano
finalmente intenzionate a scommettere, può essere il
luogo dove produrre nuova cultura, dove lo sviluppo
associativo può trovare nuovo impulso in rapporto alle
tematiche che mettono in connessione lo sport con
l’ambiente e il turismo. Altra reale opportunità di
crescita, di impegno diffuso per la promozione dei
diritti di cittadinanza attiva, di una cultura di
solidarietà e di interdipendenza può essere individuata
nel lavoro sinergico con i Dipartimenti “Pace e stili
di vita”, “Welfare” e “Rete mondiale
aclista”. |
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Con i Dipartimenti ma anche con la FAI, l’IPSIA che ha
già sperimentato lo sport quale strumento di formazione
e animazione giovanile nelle aree devastate dai
conflitti, con lo stesso Patronato, sarebbe auspicabile
lavorare anche per un rinnovato coinvolgimento dei
nostri connazionali all’estero; in particolare con
proposte mirate alle nuove generazioni; a coloro che –
come rileva una ricerca dell’IREF - vivono un certo
distacco dalle reti associative costituite dagli
italiani all’estero, considerate troppo ancorate alle
esigenze delle generazioni passate, le prime generazioni
di migranti. |
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Come abbiamo accertato in alcuni confronti e convegni,
riteniamo che utilizzando il linguaggio universale dello
sport, si possa far molto. In tale direzione abbiamo
avviato recentemente politiche di tesseramento orientate
al coinvolgimento dei circoli e dei soci delle Acli
all’estero. Del resto, già al Congresso di Montesilvano
avevamo individuato nella presenza internazionale un
vettore di impegno, a partire dall’Europa e dalle
risorse che abbiamo a disposizione, quali la
Confederazione Europea Sport e Salute (CESS). |
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In questi anni, per facilitare l’interazione tra i
diversi livelli associativi e per favorire una
condivisione partecipata del percorso associativo,
abbiamo accelerato sulle modalità operative del lavoro
attraverso i Progetti e le Campagne, centrate in
particolare sul nostro ASSE: Ambiente, Salute,
Socialità, Educazione. Sostenuti ed incoraggiati anche
da un quadro legislativo, istituzionale, politico,
sportivo per molti aspetti diverso da quello attuale,
sono nati: “Sport a scuola”, “Una palestra per …”
rivolto ai giovani sui temi della legalità e
dell’ambiente; il concorso “Lealtà e legalità nello
sport” promosso insieme ai Giovani delle Acli; “Uno
scatto di legalità”, da una intuizione dell’US Acli
della Sicilia; la campagna di promozione, informazione e
sensibilizzazione contro l’uso del doping; le ricerche
sull’uso di integratori proteici nella popolazione
scolastica e nelle palestre, nelle quali siamo stati
coinvolti da Libera. Sempre recentemente sono stati
promossi “Spazi agibili e indipendenti”, Il progetto
GOAL insieme al Dipartimento Pace e Stili di vita,
“Molla le ossa” e la campagna “Lo sport è rispetto,
rispetta lo sport”. |
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Ricordare per rilanciare - Da questo complesso
concerto di azioni volte a consolidare, moltiplicare,
mettere in rete e dare continuità a significative
esperienze nate sui territori, possiamo trarre utili
parametri di valutazione del lavoro compiuto in questi
anni e delle prospettive future.
Lo sforzo di “ricordare per rilanciare” ci porta a
riconsiderare quanto si è costruito sul terreno del
disagio e della marginalità, dentro quelle periferie
sociali che esigono un approccio in grado di superare i
caratteri della pura e semplice solidarietà che
certamente aiuta ma non è di per sè sufficiente a
modificare e cambiare.
Abbiamo messo in campo iniziative ed esperienze utili
a costruire ponti in grado di scavalcare i muri e
le barriere, capaci di incidere nel tessuto sociale. Mi
riferisco in particolare al percorso teso alla
riconciliazione con il sistema delle regole che
sperimentiamo in alcuni istituti di rieducazione e pena.
Non è semplicemente il torneo di calcio o l’ora di
ginnastica per i carcerati, bensì un processo di
riconciliazione con se stessi e con il mondo esterno per
persone che, per un periodo più o meno lungo, sono
distanti dalle tradizionali agenzie educative.
Mi riferisco inoltre a quelle attività che ci vedono
accanto ai diversamente abili fisici o psichici;
un ambito in cui vorremmo andare oltre gli aspetti pur
importanti della solidarietà e della riabilitazione,
stando lontani dagli eccessi agonistici che cominciano
ad invadere pericolosamente anche questo campo. Qui
occorre una maggiore determinazione ed incisività; qui
vanno probabilmente ridefinite anche le collaborazioni
con il Comitato Italiano Paralimpico, con la Federazione
Hockey in carrozzina elettrica e con Special Olympics,
grazie alle quali alcuni nostri iscritti hanno preso
parte ad importanti manifestazioni internazionali.
Sono questi i versanti su cui principalmente si gioca
la sfida dell’inclusione che consideriamo uno dei
cardini della nostra iniziativa. Siamo in un momento di
verifica ed il riferimento ai progetti e ai soggetti
sociali cui ci rivolgiamo prioritariamente ci porta ad
una serena valutazione degli eventi sportivi e delle
manifestazioni nazionali che organizziamo. |
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Anche qui si registra una crescita diffusa; forse non
tanto rispetto al numero di partecipanti ma i nostri
eventi sono sicuramente tutti cresciuti in capacità di
valorizzare il territorio, sul piano della condivisione
di un percorso e del consolidamento dei legami
associativi. Gli eventi hanno contribuito a rafforzare e
comunicare l’idea delle “Acli al plurale” e ad aumentare
la nostra visibilità. Sono eventi che hanno messo in
campo generazioni e potenzialità diverse, diversi
approcci culturali alla pratica dello sport. Nel
contempo, sono riusciti a mettere insieme lo sport con
il turismo sostenibile, con l’ambiente, con la
socialità. Rappresentano inoltre un efficace strumento
per vivere e far vivere l’associazione, per abitare –
far abitare e promuovere il territorio.
Alcuni “eventi” vanno ripensati, rinvigoriti e
rimodulati per essere al passo con le trasformazioni che
riguardano lo sport di cittadinanza. Indicare come
procedere nel futuro sarà compito del nuovo gruppo
dirigente e delle Unioni delle discipline sportive che
vanno abituate ad operare sincronicamente, in una logica
intersettoriale. Ciò che però è fondamentale è non far
arretrare la convinzione che gli eventi nazionali hanno
senso solo se fanno da sintesi, da momento di incontro e
di scambio, da risorsa simbolica, da opportunità di
comunicazione. Guai se invece dovessimo considerarli
l’obiettivo ed il fine della nostra azione associativa,
cui dedicare risorse, energie umane ed economiche che,
in tal caso, sarebbero una ingiusta sottrazione al
radicamento territoriale. |
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Curare la prima linea associativa - Essere
credibili ed autorevoli, promotori di quello sport cui
va riconosciuto diritto di cittadinanza, presuppone la
capacità di cogliere, interpretare e rispondere ai
bisogni, alle esigenze e alle potenzialità dei
cittadini, che non sono generalizzabili e sempre uguali.
Riveste pertanto un ruolo fondamentale quella che
all’Assemblea di metà mandato definimmo “la prima linea
della nostra associazione”, ovvero la rete delle
strutture di base coordinata e supportata dai
comitati provinciali e regionali. Tale rete è l’unica
capace di un effettivo ascolto del territorio,
condizione imprescindibile per un robusto ed effettivo
sviluppo associativo poiché ne rappresenta il cuore ed
il motore. Sul territorio si costruisce l’intreccio
delle relazioni sociali e delle relazioni associative;
qui cresce il capitale sociale dell’US Acli; qui si
realizzano e si misurano le capacità di azione e di
interlocuzione politica della nostra associazione. |
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Ma quanto conosciamo le nostre strutture di base? Quanto
esse sono attori protagonisti dell’associazione e quanto
semplici terminali? Quanto sono raccordate con le altre
strutture del sistema Acli sul territorio? Quale
riferimento per lo sviluppo dei rapporti con le
istituzioni locali? E ancora: quali sono i contenuti per
potenziare la “prima linea associativa”? Quale modello
organizzativo? Quale progettualità? Come ci attiviamo
laddove la nostra presenza è debole o non garantita? |
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Sono domande che ci siamo posti in questa fase
congressuale e i cui temi devono costituire l’orizzonte
strategico per il rilancio di quel nuovo
protagonismo del territorio che passa attraverso un
modello organizzativo adeguato quindi dinamico,
flessibile, democratico. Ed è altresì importante mettere
al centro della discussione la verifica di come si
concretizzino nell’US i temi della sussidiarietà, della
responsabilità, della concertazione, dell’integrazione,
dell’ educazione alla partecipazione dei cittadini. |
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Un modello organizzativo flessibile – Di fatto
questo impegno che tiene al centro il territorio,
comporta di scegliere con chiarezza gli obiettivi
politici, strategici ed organizzativi per la sua
valorizzazione e per il suo sostegno come effettiva
risorsa. Con la consapevolezza che l’azione volta al
rafforzamento della “prima linea”, quindi delle
strutture di base dell’US Acli, si realizza soprattutto
attraverso la qualificazione e responsabilizzazione dei
dirigenti dell’associazione. |
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Nella nostra riflessione, la “prima linea” rimanda ad un
concetto di vicinanza e di prossimità; di conseguenza lo
stesso territorio tante volte evocato, deve essere
concepito diversamente dalla trincea che è
essenzialmente luogo di rifugio e di difesa ad oltranza.
Ritengo che parlando di territorio dobbiamo rimuovere
quel residuo di pensiero rivolto ai confini, ai muri e
al filo spinato che ci dividono dagli altri. La tipicità
non può essere campanilismo; i concetti di staticità e
immutabilità che solitamente colleghiamo al perimetro
devono cominciare ad essere progressivamente sostituiti
dal concetto di flessibilità. |
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Sarebbe probabilmente più giusto parlare di comunità; le
nostre comunità che hanno radici profonde e che possono
rinnovarle proprio oggi, riscoprendo la propria
vocazione popolare, scambiandosi idee, buone pratiche,
lavorando in quella logica di scambio che è propria
delle organizzazioni a rete. E noi lo siamo, per
come siamo strutturati e per la capacità di
relazionarci, di lavorare insieme ad altri, di fare
squadra. |
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Lo sviluppo di reti territoriali è d’altra parte
anche un obbligo derivato dalle leggi che prevedono i
Piani di zona, i Patti territoriali, gli interventi per
i giovani e così via. Alcune delle nostre regioni si
sono mosse in questa direzione con successo non
rinunciando alle proprie sensibilità e competenze, alle
proprie modalità di iniziativa sul territorio ma non
dimenticando gli altri livelli di realtà presenti con
cui è necessario entrare sistematicamente in dialogo,
fare rete. Certo non dobbiamo aspettarci che le “reti”
siano la soluzione dei problemi della comunità ma
nemmeno pensare che il loro sviluppo sia un’impresa
troppo difficile da portare avanti. E’ di fatto un
terreno su cui ritengo che tutta l’US Acli debba
interrogarsi e mettersi in gioco nel prossimo futuro. |
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Già al Congresso del 2001 ipotizzavamo la costituzione
di Comitati e Gruppi, non necessariamente previsti dallo
Statuto, che potessero raccordare le realtà locali
omogenee rispetto ad attività e linee di programma;
siamo tuttora convinti che lo sviluppo di una dimensione
pluriprovinciale e multiregionale possa rappresentare un
modello politico ed organizzativo vincente per il
rafforzamento della rete dell’US Acli e del sistema Acli.
Potrebbe essere allora il caso di riprovare con
l’organizzazione almeno di una Conferenza dei
Presidenti regionali. |
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In questa linea di ricomposizione e rafforzamento,
dovremmo rilanciare anche l’ipotesi di costituire, sul
versante delle attività e delle discipline sportive,
Unioni intersettoriali tematiche, che raccolgano e
facciano interagire le discipline che si prestano a
veicolare determinati messaggi e a promuovere e
sostenere la progettualità associativa in determinati
ambiti, a partire dall’Asse Ambiente Salute Socialità
Educazione. |
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Ed in questa direzione, mi sento anche di rivolgere un
appello a sostenere sui territori gli accordi che
vengono stipulati a livello nazionale, considerandoli
una reale opportunità per tutta l’Associazione piuttosto
che un problema, una invasione di campo. |
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Quando la crisi è planetaria – Il nostro
Congresso si celebra in un momento in cui al centro del
dibattito c’è la crisi; una crisi finanziaria che
aggredisce l’economia reale ed incide sulla vita delle
persone. L’esistenza di milioni di persone è resa più
dura ed infelice e si prospetta un futuro incerto per
Paesi e generazioni. E’ una crisi che ha messo in
discussione i modelli di sviluppo e l’intero sistema
produttivo, che sta creando milioni di disoccupati;
aggravata da un’altra crisi, quella ambientale, segnata
dai cambiamenti climatici e dalla crisi energetica che
divarica ulteriormente la forbice delle disuguaglianze
tra Paesi e tra ceti sociali. Profondi e non più
rinviabili sono i cambiamenti del modello di sviluppo
planetario. Questa crisi globale – non limitata né ad
un’area o una parte del mondo né al solo settore
finanziario – segna la fine di un ciclo fondato sulla
delegittimazione di qualsiasi regolamentazione del
mercato, dello stato sociale e dell’uso delle risorse.
Erano in tanti, o sarebbe meglio dire che “contavano
tanto”, coloro che sostenevano che la globalizzazione
avesse in sé meccanismi di autoregolamentazione in grado
di renderla in ogni caso virtuosa e riproducibile lungo
un asse di crescita che avrebbe migliorato le condizioni
di vita del sud del mondo, avrebbe pareggiato con le
innovazioni tecnologiche i danni arrecati all’ecosistema
ed avrebbe promosso una crescita illimitata
dell’economia basata sulla finanza invece che sulla
produzione e sul lavoro. Il mondo è stato così governato
dalle lobby del petrolio e delle armi, dai grandi gruppi
finanziari, dalle multinazionali, e spesso dalle mafie.
Ma appare ormai chiaro che la crisi
economico-finanziaria, quella ambientale e quella
sociale non sono accadimenti, eventi accidentali,
indipendenti l’una dalle altre e fronteggiabili con gli
strumenti, i soggetti e i modelli culturali che hanno
finora governato la globalizzazione. Se vogliamo
uscirne, è necessario avere consapevolezza delle sue
dimensioni e della sua profondità e conseguentemente
della profondità del cambiamento necessario. Non basta
immettere nuove risorse pubbliche in una economia
vecchia, soprattutto quando il pubblico non governa
l’economia in maniera autonoma, avendo come fine il bene
comune. Sembra infatti che la politica abbia abdicato,
rinunciando a svolgere la sua principale funzione di
promozione e tutela del bene comune e dell’interesse
pubblico, di regolazione dell’economia e di protezione
per i più deboli con politiche credibili di
welfare-state e riequilibrio sociale. |
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Nonostante i messaggi rassicuranti e le iniezioni di
ottimismo, una crisi globale è ovviamente anche crisi
italiana; ne sentiamo i primi effetti e anche nel nostro
Paese c’è il rischio reale di tagli agli ammortizzatori
sociali e al sistema di welfare. Cresce la
disoccupazione, diminuiscono le fasce coperte da
protezione e pertanto sono destinate a crescere anche
nel nostro Paese le aree della povertà e dell’esclusione
sociale, con l’inevitabile allargamento del divario tra
le situazioni di ricchezza e di povertà. |
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Proprio in questa fase, la costruzione di un nuovo
welfare può e deve garantire opportunità e diritti a
quei cittadini più a rischio di povertà e soprattutto ai
nuovi cittadini – mi riferisco agli immigrati – che
rappresentano risorse che la comunità non può sprecare e
che invece possono dare nuovi impulsi e contributi di
sviluppo sociale e civile ad un Occidente opulento ma
stanco. |
|
E’ proprio questo il tempo in cui i temi della giustizia
sociale, della lotta alla povertà, della vita buona per
tutti, devono essere messi al centro dell’agenda
politica. Non solo nell’agenda di chi ha responsabilità
di governo ma anche nella nostra agenda. Non viviamo su
un’isola felice, “sull’isola che non c’è”. La crisi
riguarda anche quelle Associazioni che promuovono lo
sport in una accezione sociale, popolare: lo sport quale
diritto di cittadinanza; lo sport quale elemento di un
nuovo welfare. |
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Non possiamo dimenticare che dentro l’impegno
complessivo delle Acli, abbiamo scelto lo sport quale
modalità e strumento per essere dalla parte della
gente, a partire dagli ultimi, dai “piccoli” di cui
parla il Vangelo. |
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Siamo pienamente coinvolti dalla crisi. Sebbene non ci
siano tagli diretti al mondo dello sport, non possiamo
restare insensibili di fronte ai tagli che colpiscono il
welfare e i servizi sociali. Un tessuto sociale che si
disgrega e le condizioni di famiglie che ci ricordano i
Giardini di marzo di Lucio Battisti, “al 21 del mese i
nostri soldi erano già finiti…”, ci riguarda come
cittadini e come Associazione che si occupa di sport.
Abbiamo il dovere di fare i conti con gli effetti che la
crisi riverserà sullo sport sociale, con le famiglie
impoverite che non mandano più i figli in palestra; con
i Comuni che potranno aiutare sempre meno le società
sportive di base, con le aziende in difficoltà,
impossibilitate a supportare con contributi e
sponsorizzazioni le attività sportive di qualsiasi
livello. C'è pertanto una responsabilità da cui deriva
un impegno che investe tutta l'US Acli, la quale è
tenuta a fare da baluardo - in termini culturali, di
iniziativa politica e di azione sociale – affinchè i
cittadini ai quali è rivolta la sua proposta di sport,
in particolare le fasce sociali più deboli, non siano
quelli più colpiti dagli effetti della crisi, sul piano
della qualità della vita, della socialità, della salute.
Se è vero che ogni crisi porta con sè delle opportunità,
il momento, dunque è propizio per contribuire a
costruire condizioni di giustizia sociale e di
soddisfacimento dei diritti di cittadinanza. Ivi
compreso il diritto allo sport, per tutti e a misura di
ciascuno.
Punti chiave per lo sport sociale –
Recentemente abbiamo dato insieme alle Acli ed in
particolare al Dipartimento welfare un contributo di
riflessione, così come ci era stato richiesto, sul libro
verde del Ministro del Lavoro, della Salute e delle
Politiche sociali, Sacconi, relativo al futuro del
modello sociale. |
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“La vita buona nella società attiva”: il Libro Verde che
parla di welfare delle opportunità, dove si legge “la
complessità ed eterogeneità dei bisogni, le
caratteristiche di una società che invecchia e che fa
meno figli, i mutati rapporti tra le generazioni e le
limitate disponibilità della finanza pubblica assegnano
oggi alla persona, alla famiglia e agli altri corpi
intermedi nuove e maggiori responsabilità a tutela dei
più deboli e bisognosi”. |
|
Noi queste responsabilità le abbiamo assunte da tempo e
pensiamo di avere buone frecce al nostro arco: lo sport
sociale può infatti essere un potente strumento di
nuove politiche del benessere e dello sviluppo,
fondato sulle relazioni paritetiche tra le persone,
sulla tutela e l’animazione dell’ambiente naturale e del
territorio urbano, sulla convivenza civile delle nostre
comunità, sull’educazione dei giovani alla vita. |
|
La pratica di attività motorie e sportive può avere
funzioni di promozione di benessere personale e sociale,
di prevenzione e, talvolta, di sostegno, di cura e di
presa in carico della famiglia e della persona nella sua
quotidianità e nelle situazioni di fragilità. Proprio
perché riteniamo la questione delle attività motorie e
sportive centrale nella costruzione di una condizione di
benessere e di vita buona per i cittadini, diventa
indifferibile intersecare sempre più lo sport con le
politiche sociali e di welfare. |
|
Allora c’è bisogno di politiche pubbliche che agiscano:
- nell’ambito del “sociale” promuovendo moduli
di attività sportiva che abbiano, tra le loro finalità
esplicite, obiettivi come l’integrazione delle minoranze
e il contrasto al disagio;
- nel campo della salute, prevedendo nei
livelli essenziali di assistenza sanitaria e sociale le
attività motorie e sportive più adatte ai bisogni di
ogni cittadino;
- nella scuola, riconoscendo il valore
formativo dell’attività ludico-motoria, dell’educazione
fisica e dell’avviamento allo sport in tutto il ciclo
formativo dei ragazzi;
- nelle politiche ambientali e urbanistiche,
promuovendo progetti di animazione sportiva
dell’ambiente naturale e nuovi investimenti per impianti
polifunzionali e sportivi attrezzati, quali le piste
ciclabili, i play-ground, i parchi nelle città e nel
resto del territorio. |
|
Per gestire queste innovazioni, c’è probabilmente
bisogno di un diverso assetto istituzionale dello sport;
questione che non riguarda esclusivamente il ruolo del
Coni e le sue attribuzioni e che certamente, almeno per
noi, non prospetta limitazioni per il Comitato Olimpico.
Noi vorremmo che fossero istituzionalizzate, a tutti i
livelli, sedi pubbliche di coordinamento e di indirizzo,
valorizzando, nello stesso tempo, le funzioni delle
Regioni e degli Enti locali, l’autonomia gestionale ed
operativa dei soggetti cui è demandata l’organizzazione
delle attività, Coni e Federazioni compresi. Su questi
aspetti, si fonda il protocollo d’intesa tra gli Enti e
l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani che ha
istituito una commissione permanente per lo sport. |
Con il protocollo, l’Anci e gli EPS concordano di:
a) valorizzare le esperienze di educazione alla
cittadinanza attiva dell’Associazionismo sportivo
diffuso;
b) attivare tavoli di confronto per una lettura
organizzata del bisogno sportivo nel territorio che
possa essere la base per orientare le scelte
urbanistiche e impiantistiche, la spesa sociale sportiva
ambientale ed educativa dei Comuni;
c) predisporre campagne e progetti che utilizzino il
carattere trasversale dell’attività sportiva ed il suo
valore sociale per coinvolgere altri settori
dell’Amministrazione Comunale oltre l’Assessorato allo
sport, nel comune intento di affermare nuovi stili di
vita attiva per i cittadini;
d) programmare progetti per l’attività motoria e per una
corretta educazione alimentare, nelle prime fasce di età
come prevenzione al rischio dell’obesità e valore
educativo permanente;
e) promuovere progetti di attività sportiva rivolti agli
adolescenti e contrastarne il prematuro abbandono;
f) predisporre progetti per l’attività e il benessere
degli anziani;
g) attivare progetti di animazione sportiva come
elemento di vivibilità e animazione degli spazi urbani;
h) programmare progetti di attività sportiva come
inclusione sociale di immigrati, giovani a rischio di
disagio e diversamente abili;
i) attivare iniziative per individuare diverse tipologie
innovative di impiantistica, più flessibili, meglio
inserite nell’ambiente urbano, più sostenibili sul piano
dei consumi non necessariamente legate alle discipline
delle Federazioni e del CONI, mettendo allo stesso tempo
in atto tutte le azioni per raggiungere il pieno
utilizzo dell’impiantistica esistente e la sua gestione
efficiente. Ed in questo caso, stiamo parlando di oltre
148.000 impianti, di cui circa 15.000 totalmente o in
parte inutilizzati. |
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Per chi opera per la promozione di uno “sport di
cittadinanza”, proponendolo quale elemento di un “nuovo
welfare” ed in definitiva quale opportunità per una
“vita buona”, c’è un Documento importante al quale fare
riferimento; si tratta del Libro Bianco sullo sport,
adottato dalla Commissione Europea l’11 luglio 2007.
Esso tratta in particolare gli aspetti sociali ed
economici dello sport, come la salute pubblica,
l’istruzione, l’inclusione sociale, il volontariato, le
relazioni esterne ed il finanziamento dello sport. Gli
ambienti ufficiali dello sport e lo stesso Presidente
Petrucci hanno definito questo documento “timido”,
perché esso sostanzialmente non risolve alcuni problemi
dello sport di prestazione derivanti dalla totale
applicazione del “diritto” dell’Unione Europea. Lo
sport, infatti in quanto attività economica, è soggetto
alle disposizioni relative alla concorrenza e al mercato
interno. Esso inoltre ha una sua specificità che in
taluni casi esige una esenzione: si pensi alla tutela
dei vivai, alle squadre nazionali e al loro ruolo
essenziale non soltanto in termini identitari che
vengono in qualche modo minacciati dalla libera
circolazione degli atleti. |
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Su questi aspetti il Libro Bianco e la
Commissione della Comunità Europea non hanno potuto o
voluto essere più incisivi. Tuttavia, per quanto
riguarda le attività di sport sociale, riteniamo il
Libro Bianco un documento di assoluto valore. |
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E’ infatti un documento che sottolinea ancora una volta
il valore dello sport in ambito sanitario, culturale,
educativo e ricreativo. Raccomanda ai Paesi membri di
rafforzare la cooperazione a livello interministeriale
tra i settori della salute, dell’istruzione e dello
sport. Fornisce indicazioni per combattere il doping, i
fenomeni di razzismo e la violenza. Invita a promuovere
il volontariato e la cittadinanza attiva attraverso lo
sport e ad utilizzare tutto il potere dello sport per
l’inclusione sociale, l’integrazione e le pari
opportunità. E ancora: invita le organizzazioni sportive
ad adottare obiettivi ambientali atti a rendere
ecologicamente sostenibili le loro attività, promuovendo
gestioni razionali di impianti e manifestazioni. Infine,
sollecita gli Stati membri a creare una base sicura per
gli aiuti pubblici allo sport, ponendo attenzione in
particolare allo sport praticato a livello di base, dove
le pari opportunità e l’accesso aperto alle attività
sportive possono essere garantiti solo attraverso una
forte partecipazione del pubblico. Con pochi ritocchi,
potrebbe essere un documento, una piattaforma che l’US
Acli e gli Enti di Promozione Sportiva presentano per
chiedere il riconoscimento del loro ruolo e un
finanziamento adeguato ad un Governo che invece taglia
sul welfare; taglia sulle scuole con conseguenze anche
per le attività sportive; taglia sullo sport di
cittadinanza; mette in atto una serie di interventi –
apparentemente non collegati tra di loro – che di fatto
mettono in ginocchio l’associazionismo, il terzo
settore, la sussidiarietà, la solidarietà. |
|
Differenze “che contano” – Forse non è questa la
sede per avventurarsi in una considerazione sulle
differenze tra l’attuale Governo e quelli precedenti,
soprattutto l’ultimo. E’ però necessaria una serena
riflessione sulle azioni messe in campo per lo sport,
dalla quale emerge con chiarezza un diverso approccio
culturale nei confronti dello sport e dello sport
sociale in particolare. Qualche idea, per la verità, ci
era venuta leggendo i Programmi delle diverse forze
politiche impegnate nella campagna elettorale in vista
della competizione di aprile dello scorso anno. |
|
La crisi del Governo Prodi del gennaio 2008 ha di fatto
segnato l’interruzione di un processo che apriva
prospettive interessanti per noi e il nostro mondo.
Inaspettatamente, dopo le elezioni politiche del 2006 ci
eravamo trovati ad interloquire con un soggetto nuovo,
il Ministero delle Politiche giovanili e delle
Attività sportive, che si qualificò in breve quale
autentico centro propulsore di politiche pubbliche in
materia di sport. |
|
L’US Acli salutò con sorpresa e favore la scelta del
Governo, grazie alla quale furono attivati tavoli di
concertazione in tema di governance del sistema
sportivo, di impiantistica, di lotta al doping e di
sport a scuola. Tavoli ai quali partecipavano tutti gli
attori del panorama sportivo e diversi Ministeri. Le
elezioni politiche dell’aprile 2008 hanno spazzato via –
insieme ad un Governo e una coalizione - le stesse
nostre speranze e quelle esperienze che probabilmente
potevano essere mantenute e valorizzate anche da un
Governo di segno diverso. |
|
Era chiara e condivisibile la scelta di diminuire il
numero dei Ministeri; ma dal momento che il Ministero
per le politiche giovanili era opportunamente rimasto
avrebbe potuto essere ancora accorpato con le politiche
sportive, soprattutto tenendo conto che il Dicastero
affidato all’On. Melandri pur “senza portafoglio” era
riuscito a reperire risorse per lo sport sociale
attraverso significative e per certi versi inedite
sinergie con altri Ministeri, grazie ad azioni
concertate per riqualificare lo stile di vita delle
persone, prevenirne forme di disagio, accompagnarne la
crescita e favorirne l’integrazione sociale. |
|
Con la Finanziaria 2007 erano arrivati i
provvedimenti per la detraibilità delle spese sostenute
dalle famiglie per l’iscrizione dei ragazzi tra i 5 e i
18 anni ad associazioni sportive, palestre, piscine ed
altre strutture destinate alla pratica sportiva
dilettantistica. |
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La pratica sportiva usciva perciò dalla dimensione
strettamente legata al tempo libero e diveniva parte di
un nuovo modello di welfare. Appartengono a quella Legge
Finanziaria i finanziamenti quintuplicati e sestuplicati
allo sport paralimpico; e sempre ad essa appartiene la
difesa per intero del finanziamento di 450 milioni di
euro per le attività del Coni, verso il quale c’erano
intenzioni diverse del Ministro Padoa Schioppa; era
stato poi costituito un fondo di 33 milioni di euro per
i grandi eventi internazionali e c’era anche un
accantonamento di 20 milioni di euro in caso di
concessione all’Italia dell’organizzazione degli Europei
di calcio del 2012. Erano stati destinati 20 milioni di
euro per il Credito Sportivo per ciascuno degli anni del
triennio 2007/2009, mentre la precedente Finanziaria
aveva tagliato ben 450 milioni di euro alla banca dello
sport. A favore dello sport erano da considerarsi anche
le detrazioni per la riqualificazione energetica degli
edifici, estesa alle strutture sportive. Per quanto ci
riguarda, pur se non direttamente interessati dal
provvedimento, giudicammo utile anche l’approvazione
della nuova disciplina che regolamenta i diritti
sportivi radiotelevisivi, finalizzati a garantire
l’equilibrio competitivo e le pari opportunità tra i
soggetti partecipanti alle competizioni, con la
destinazione di parte delle risorse a fini di mutualità:
un apprezzabile tentativo di riequilibrare le forze in
campo, con il recupero di valori che sono un cardine
dello sport, anche quello di altissimo vertice. Si erano
fatti enormi passi in avanti con l’istituzione, prevista
dalla Legge Finanziaria 2008, del Fondo per lo sport
di cittadinanza. Il fondo riconosceva una
legittimità pubblica allo sport dei cittadini sia a
livello nazionale che a livello locale; si erano
individuati ruoli e risorse di un processo virtuoso,
ispirato da autentici principi di sussidiarietà che
poteva favorire interventi pubblici orientati alla vita
buona, al benessere e alla salute dei cittadini. C’era
stata una Intesa, in sede di Conferenza unificata
Stato/Regioni per certi versi storica, se solo pensiamo
alla resistenza operata dalle Regioni qualche anno prima
sull’assegnazione dei fondi per lo sport sociale e che
di fatto bloccò un milione di euro destinati agli Enti
di Promozione. |
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Il sacrificio dello sport - Ma uno dei primi atti
del nuovo Governo e del Ministro Tremonti, sulla cui
sensibilità nei confronti dello sport avevamo già
qualche dubbio, fu il taglio per complessivi 124 milioni
di euro nel triennio 2008/2010, attraverso il Decreto
legge n. 93 del 28 maggio 2008; venivano tagliati 4
milioni allo sport paralimpico, altri 25 ai grandi
eventi internazionali da organizzarsi in Italia e tutti
i 95 milioni che costituivano il Fondo per lo sport di
cittadinanza, ossia lo sport di base destinato alla
salute, all’educazione e all’integrazione sociale.
Inascoltati, facemmo appello affinché il Parlamento, in
sede di conversione in legge, potesse apportare
emendamenti e modifiche, convinti che non si costruisce
benessere e sicurezza nel Paese penalizzando quelle
realtà che lavorano ogni giorno sul territorio per la
promozione, l’integrazione e l’inclusione sociale
proprio dei soggetti più deboli e svantaggiati. Il
deficit culturale, se non addirittura il rifiuto,
rispetto a questi temi è testimoniato dai mesi
successivi, quando, quasi alla chetichella, rientrano i
fondi per lo sport paralimpico e quelli per i grandi
eventi, temendo l’inevitabile brutta figura
internazionale. Non un euro dei 95 milioni destinati
allo sport sociale è stato invece recuperato; lo sport
di cittadinanza, col suo sacrificio, è allora rimasto
paradossalmente lo sponsor del recupero in materia di
Ici e straordinari e della ricapitalizzazione di
Alitalia. E siamo di fronte al paradosso, per non dire
altro, quando esponenti delle forze politiche che hanno
responsabilità di Governo propongono premi ed incentivi
per gli enti promotori di attività sportive a basso
costo, a vantaggio delle famiglie e della salute dei
cittadini. Sono segnali che ci portano a considerare
quasi del tutto naufragata la possibilità di un
intervento che avrebbe modificato l’approccio culturale
nei confronti di una pratica sportiva in via di
trasformazione sempre più marcata, nella quale le
discipline codificate perdono tesserati e praticanti che
preferiscono attività non strutturate, che talvolta
sfociano nel “fai da te” e che spesso presentano
positive ibridazioni tra turismo e ambientalismo. Anche
in Italia, infatti, lo sport si sta adattando ad un
processo di modernizzazione, in parte favorito dai mass
media ed in parte imposto dai nuovi bisogni: salute,
benessere, socializzazione. Si registra un
restringimento della base agonistica superqualificata e
una sempre maggiore adesione alla pratica dello sport
per tutti che cresce per una grande dilatazione della
domanda e per il venir meno dell’egemonia dei modelli di
sport codificato, orientato alla prestazione e al
confronto agonistico, e formalizzato in discipline
tradizionali. L’interruzione della passata Legislatura
ha disatteso anche altre aspettative; mi riferisco
soprattutto al Disegno di Legge sul riconoscimento delle
Associazioni di sport di cittadinanza. Attraverso il
lavoro di una Commissione istituita dal Ministero e
presieduta dall’allora Sottosegretario On. Giovanni
Lolli, nella quale ero stato chiamato anche io a dare un
contributo, si era arrivati ad un passo dal raggiungere
un traguardo per il quale un certo associazionismo
sportivo –nel quale ci riconosciamo- si batte fin dagli
albori della Repubblica. Era tutto pronto, con un
articolato che avrebbe molto probabilmente trovato sia
il parere favorevole delle Regioni –cui
costituzionalmente è delegata la materia- sia la
condivisione di un ampio schieramento delle
rappresentanze parlamentari che avrebbe scavalcato i
rischi connessi ai margini risicati tra i numeri di
maggioranza e opposizione. Ci sembrava di essere
finalmente vicini a toccare un traguardo che alcuni
Enti, e noi tra questi, inseguono da tanti anni. Invece,
ancora una volta, l’associazionismo di promozione
sportiva, o meglio, quello di promozione sociale
attraverso lo sport, non riesce ad ottenere il
riconoscimento del proprio valore e della propria
funzione sociale da parte dello Stato di cui è al
servizio “permanente ed effettivo”. Recentemente sono
stati presentati in Parlamento nuovi disegni di legge
che mostrano sostanziali convergenze da parte di ambedue
gli schieramenti. Ci auguriamo ora che l’iter per il
passaggio nelle Commissioni non subisca intoppi e
rallentamenti, anche se ci sembra che l’attuale
Parlamento sia più vocato ad approvare Decreti che a
discutere leggi. |
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Migrare dal Novecento - Con il loro ultimo
Congresso Nazionale, le Acli si sono interrogate sul
“Migrare dal Novecento”. A partire dalla propria
specificità, anche l’US deve porsi domande in merito,
coinvolgendo in questo sforzo di riflessione tutto
l’associazionismo sportivo. Le stesse scienze sociali
spingono in questa direzione quando attribuiscono allo
sport e al movimento un ruolo di sensore privilegiato
dei mutamenti sociali; quando segnalano che lo sport
contemporaneo sta uscendo dai recinti dello sport
olimpico di decoubertiniana memoria, dallo sport –
istituzione, codificato nel e dal Novecento. L’entrata
in campo di nuovi soggetti sociali che privilegiano
forme di partecipazione meno rigide dal punto di vista
organizzativo; il diffondersi di sport che non hanno
bisogno di strutture dedicate e che possono pertanto
utilizzare luoghi non convenzionali e l’ambiente
naturale; il progressivo affermarsi dello sport come
fattore di benessere fisico e di miglioramento della
qualità della vita: sono elementi che attraversano
profondamente lo sport del XXI secolo. Esso viene
investito da nuove domande di cittadinanza e di
inclusione. Trovano sempre più spazio quelle modalità
nelle quali sono maggioritarie le finalità orientate
alla tutela della salute, ai processi educativi,
all’inclusione sociale, all’integrazione e alle pari
opportunità. Lo sport del nuovo secolo, che agisce in un
mondo globalizzato e in un contesto culturale permeato
da molteplici influenze, si caratterizza per essere un
fenomeno plurale, soggetto alle contaminazioni con
culture sociali diverse. Eppure questi mutamenti e
questa transizione non propongono conflitti laceranti,
non assolutizzano, non separano, non negano e non
demonizzano ma piuttosto integrano, mescolano,
includono, rielaborano. E’ infatti del tutto evidente
che lo sport contemporaneo non cancella il principio di
competitività e i canoni della competizione; esso
continua ad esaltare il valore delle tecniche e della
prestazione. Ciò vale naturalmente anche nel nostro
Paese dove “il concetto di sport che gli italiani
ereditano dal ‘900 ha come matrice le attività
competitive”, come si legge nella ricerca “La diffusione
dello sport in Europa”. La scommessa di questa parte
iniziale del XXI secolo, relativamente allo sport, è
dunque far convivere in chiave non conflittuale
esperienze e narrazioni diverse. |
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Il nostro rapporto con il Coni - Ripartirei da
questa scommessa per ridefinire il nostro rapporto con
il Coni. Colgo questa occasione per dire ancora una
volta che, da sportivi e da italiani, siamo fieri ed
orgogliosi del nostro Comitato Olimpico che svolge più
che bene i suoi compiti istituzionali. Come soggetto al
quale lo Stato ha delegato quasi totalmente il governo
dello sport, il Coni in tutta la sua storia ha favorito
la diffusione della pratica sportiva ed in questa chiave
ha giocato un ruolo di promotore dello sport. La sua
“mission” principale risiede però nel governare un
insieme di Federazioni che hanno il compito di
organizzare lo sport, anche in forma dilettantistica,
orientato alla prestazione, all’organizzazione di
campionati. E pertanto, anche se non è mai cosa buona il
semplificare, direi che il suo ruolo di promozione va
nella direzione di un aumento della base dei praticanti,
nell’avvicinamento allo sport delle giovani generazioni.
Non gli si può però chiedere di occuparsi “direttamente”
di disabili, di anziani, di soggetti a rischio, di
detenuti, di immigrati, di famiglie, che sono i soggetti
della moderna promozione sportiva e della promozione
sociale attraverso lo sport. Per quanto ci riguarda gli
Enti dovrebbero avere come finalità la crescita, ossia
la “promozione” della persona attraverso la pratica
dello sport. Nasce da qui, dalla centralità della
“persona” piuttosto che dello sport in quanto tale, la
nostra specificità e il nostro essere cosa diversa dalle
Federazioni. Su questa distinzione occorrerebbe
riconsiderare tutta la questione relativa al nostro
rapporto con il Coni che vedo giocato in termini di
complementarietà, di alleanza, di dialogo tra due mondi
contigui ma non del tutto sovrapponibili a causa delle
diverse “mission”. Pertanto, mi auguro che nel prossimo
quadriennio ci sia una discussione franca, serena su
questi temi che porti senza traumi e senza divisioni, a
trovare per tutti un quadro di riferimento normativo non
ambiguo, con maggiori risorse destinate a tutto lo sport
ma con un investimento pubblico sullo sport sociale. Non
chiediamo di uscire dal Coni, nè vogliamo contrapporci;
non ne discutiamo le prerogative né il ruolo di guida
del movimento sportivo italiano. Chiediamo invece che
per certe attività che sono esclusiva responsabilità di
soggetti diversi ci sia un riconoscimento e un sostegno
diretto da parte dello Stato. Alla luce della
soppressione del Ministero dello Sport ci sentiamo
sollecitati a riproporre l’istituzione almeno di un
organismo in cui siano presenti tutti i soggetti
titolati a promuovere lo sport di cittadinanza: le
Regioni, gli Enti Locali, la Scuola, le Associazioni di
sport per tutti.
Questioni di rappresentanza - Il periodo della
nostra campagna congressuale è coinciso con il rinnovo
degli organi elettivi del Coni. Manca ormai solo
l’elezione del Presidente e dei componenti della Giunta
nazionale ed il quadro sarà completo. |
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Siamo stati chiamati in causa a tutti i livelli
territoriali per determinare le presenze dei
rappresentanti degli Enti nei Consigli del Coni. Poiché
i regolamenti non attribuiscono poteri elettivi agli EPS
se non ai cinque del Consiglio nazionale che
rappresentano 1/16° del corpo elettorale – siamo stati
meno impegnati e coinvolti nelle scelte del
rappresentante degli Enti nelle Giunte. Al termine di
questa lunga tornata elettorale, possiamo contare su
oltre 70 dirigenti eletti nei Consigli provinciali e
regionali e significative presenze nelle Giunte, con
addirittura 2 Vice Presidenti provinciali del Coni. E’
un dato significativo, che testimonia una presenza
dell’US Acli reale, visibile e competente nei territori.
Una presenza che ci viene riconosciuta dagli
interlocutori e dai compagni di strada e sulla quale non
è possibile “bluffare”. Ai nostri rappresentanti
giungano il plauso e gli auguri del Congresso nazionale
ma anche la raccomandazione di rappresentare tutta la
particolarità, l’originalità, la complessità dell’US
Acli. Siamo sempre più convinti che negli organi di
governo del Coni è bene esserci; tuttavia non possiamo
ritenere che questa presenza sia sufficiente ed
esaustiva delle nostre istanze. |
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Rispetto a quattro anni fa, la nostra posizione non è
cambiata, soprattutto per ciò che riguarda gli organi
nazionali. Non ci convincono la rappresentanza limitata
a cinque Enti, così come la sostanziale impossibilità
degli Enti di autodeterminare il loro rappresentante in
Giunta. E’ bene ricordare, qualora ne avessimo bisogno,
come il passato quadriennio non abbia fatto altro che
confermare la limitata possibilità di incidere su
questioni fondamentali per lo sviluppo di quello sport
“altro” rispetto a quello di prestazione e che per noi è
lo sport di base, lo sport per tutti, lo sport di
cittadinanza. Per quanto scettici, non avremmo comunque
immaginato che le novità introdotte dal Decreto
Legislativo n. 15/2004 avrebbero segnato l’inizio di
divisioni sempre più laceranti tra gli Enti di
Promozione. Investendo energie intellettuali, fisiche,
strutturali ed economiche, di fatto sottratte al suo
stesso sviluppo, l’US Acli si è generosamente prodigata
nel vano tentativo di ricostruire la coesione e la
compattezza necessarie per dare forza e autorevolezza al
mondo della promozione sportiva, accettando la guida del
Coordinamento. Senza un profilo istituzionale e un
quadro di funzioni e competenze chiaro; senza un minimo
di budget a disposizione, né un ufficio dove lavorare o
semplicemente smaltire la corrispondenza, senza un
regolamento di funzionamento, con l’aiuto di pochi
volenterosi, abbiamo tentato di tenere un profilo alto;
tuttavia, non siamo riusciti ad evitare divisioni e
gelosie, a non cadere nelle reti lanciate da chi
considera gli Enti un incidente, sovrastrutture inutili
o pericolose e pertanto da indebolire. Quasi tutti
preoccupati unicamente di portare a casa il più
possibile in termini di quote del contributo Coni, gli
Enti sono stati capaci solo di litigare, senza mai
trovare unità: sulle fasce per l’attribuzione dei
contributi, sul Registro, sulle posizioni dei Governi,
sulla legge di riconoscimento da parte dello Stato, sul
fondo per lo sport di cittadinanza, sulle revoche dei
riconoscimenti e su tante altre questioni. |
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Si è rivelato un autentico “supplizio di Tantalo”
tentare di mettere d’accordo, di volta in volta, i
cosiddetti o presunti grandi e i cosiddetti piccoli;
quelli considerati di destra e quelli più schierati a
sinistra; i laici e i cattolici; gli “storici” e i
nuovi, quelli più vicini al Coni e quelli più autonomi,
i belli e i brutti, i bruni e i biondi. Alla fine,
tenere la barra dritta non è servito granché; e ad
essere penalizzati sono stati proprio coloro che più
degli altri hanno lavorato per l’unità e la pari
dignità, per il discernimento, rifiutando subalternità e
consociativismo nel tentativo di conservare una precisa
identità. Fiduciosi all’eccesso, auspicavamo che queste
elezioni per gli organi del Coni potessero rappresentare
l’occasione per proposte unitarie che recuperassero
identità, storia, tradizioni democratiche, politicità,
spazi di dibattito. Abbiamo più volte provato a
riunirci, stabilendo anche le priorità degli argomenti
all’ordine del giorno: primo, il ruolo del
Coordinamento; secondo, i programmi per il futuro dello
sport di cittadinanza ed i relativi pronunciamenti dei
candidati alla presidenza del Coni in base ai quali
scegliere per chi votare; terzo, la scelta dei
rappresentanti degli Enti in Consiglio; quarto,
l’individuazione del rappresentante in Giunta. Ebbene,
si è “menato il can per l’aia” fino al momento del voto
del 15 aprile, senza affrontare realmente alcuno dei
temi al tappeto. Pertanto, altro che programmi: la
nostra rappresentanza è stata scelta e giocata non sulle
questioni che più direttamente ci riguardano ma sulla
base delle preferenze per questo o quel candidato alla
Presidenza nazionale del Coni. Una scelta che – in
assenza di programmi, se non condivisi almeno conosciuti
– è solo fideistica o amicale, per appartenenza o per
simpatia. Ci siamo perciò divisi tra petrucciani,
barelliani, forse qualche chimentiano e coloro – noi tra
questi – che avrebbero voluto sentire qualche
pronunciamento su un Documento di proposta, neanche
tanto impegnativo, che qualcuno si era sforzato di
elaborare. Una posizione, la nostra, che non poteva
essere scambiata per indecisione, né per disinteresse,
né tantomeno per tatticismo. Ma evidentemente, la
vocazione al discernimento, il rifiuto
dell’opportunismo, la scelta dell’essere “autonomamente
schierati” invece che “clandestini a bordo” di una nave
che ci tiene dentro ma non ci accoglie, non è
sufficientemente apprezzata. E siamo fuori dagli organi
del Coni. Ora mi auguro che qualcuno non osi riproporci
di assumere l’onere del Coordinamento, così come è già
stato fatto. “No grazie”, perché dati i precedenti e la
natura di parte dei soggetti in campo, accettare
equivarrebbe ad un improduttivo atto di masochismo al
quale non siamo vocati. Fino al 6 maggio, giorno in cui
si eleggeranno il Presidente e la Giunta del Coni
staremo ad ascoltare più che a guardare.
Successivamente, confrontandoci con coloro che vogliono
confrontarsi e dentro un quadro di alleanze che deve
tener conto di quanto è accaduto in questi anni,
cercheremo risposte su alcuni temi.
Innanzitutto i programmi per lo sport sociale,
per tutti, di cittadinanza e quali risorse si vogliono
destinare; quale investimento è disposto a fare il
Coni, destinatario di rilevanti risorse pubbliche,
in direzione di un nuovo welfare, a sostegno di uno
sport che è opportunità educativa, tutela della salute,
occasione di socialità, strumento di educazione alla
pace – alla democrazia e alla cittadinanza attiva. |
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Il secondo tema è relativo a quali azioni si vogliono
mettere in campo per rilevare l’effettiva consistenza,
non solo numerica, degli Enti di Promozione. Un
terzo tema riguarda gli impegni che i nuovi organi del
Coni vorranno prendere rispetto ad una riscrittura della
disciplina dei rapporti con gli Enti, con riferimento
soprattutto a due questioni: |
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a) il regolamento per la determinazione e la concessione
dei contributi,con la definizione di criteri certi,
trasparenti, verificabili, che tengano conto
dell’utilità sociale della progettualità dei singoli
Enti;
b) il rapporto con le Federazioni sportive e le
Discipline associate, alcune delle quali interpretano il
loro ruolo in termini monopolistici, negando le
autonomie degli Enti e delle loro associazioni,
impedendo di fatto la doppia affiliazione, vietando un
percorso che è anche ideale, prima che tecnico ed
organizzativo, mortificando anche una storia che ha
comunque prodotto più di un atleta di alto livello. |
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Quarto tema è quello del Coordinamento degli Enti di
Promozione, previsto tra gli organi del Coni ma che
sostanzialmente vive in uno stato di limbo. Noi
sosteniamo che il Coordinamento debba essere la sede
rappresentativa di tutti gli Enti, che elabori le
proposte “vincolanti” per i rappresentanti degli Enti
nel Consiglio e nella Giunta nazionale del Coni.
Pertanto, chiediamo che si proceda a determinarne un
profilo istituzionale più chiaro, con un regolamento e
degli strumenti che lo rendano funzionale ed efficace. |
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Collegato all’effettiva rappresentanza di tutti gli Enti
di Promozione Sportiva c’è un ultimo tema sul quale
verificheremo la disponibilità del Coni, che vorremmo al
nostro fianco per proporre al Governo e al Parlamento
una revisione del Decreto legislativo che prevede una
delegazione di cinque rappresentanti degli Enti nel
Consiglio nazionale del Coni; data la consistenza
numerica, anche di quelli considerati più piccoli,
sarebbe opportuno l’allargamento a tutti gli Enti
riconosciuti. |
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Almeno per quanto riguarda le riflessioni da consegnare
al dibattito congressuale, ritengo giusto fermarmi qui.
Non voglio abusare ulteriormente della vostra pazienza
ed attenzione; non voglio mancare di rispetto al
Presidente e al gruppo dirigente che verrà fuori da
questa assemblea e prenderà il timone di questa nostra
nave impegnata in mare aperto. |
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C’è una parte più privata che intendo comunque
consegnarvi. |
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Questi giorni sono proprio come temevo che fossero. Il
lungo training al quale mi sono sottoposto mentre ci
avvicinavamo al Congresso, non riesce a mitigare, a
rendere più gestibile il caleidoscopio di emozioni, il
film di immagini, volti, sensazioni che mi stanno
prendendo il cuore, la testa, la pancia. Domani sarà la
Festa della Liberazione e nell’anniversario della
Liberazione penseremo anche alla nostra Costituzione che
va difesa nei suoi principi fondamentali con rigore e
tenacia: è un compito anche nostro che come Associazione
siamo figli di questa Costituzione. |
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Festa della Liberazione … e saremo tutti un po’ più
liberi; voi vi libererete di me ed io probabilmente
libererò una parte del mio tempo. La curiosità delle
date, o il destino nelle date; il 25 aprile eleggeremo e
festeggeremo Marco nel giorno di San Marco, mentre a me,
persona allergica al dominio, toccò per la prima volta
il 5 maggio, giorno passato alla storia per la morte di
un generale imperatore. |
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Molti, dentro e fuori la nostra Associazione, mi hanno
chiesto “perché?” e perché non facessi ricorso alla
possibilità del terzo mandato che pure è contemplata nel
nostro Statuto. |
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Attestati di amicizia e di stima che mi hanno scosso e
commosso ma non smosso. Né superbia, né viltà; né
stanchezza, né appagamento. La mia decisione non è
neppure una decisione. Voglio dirlo con grande serenità,
per l’ultima volta: io non sto “lasciando” la Presidenza
dell’US Acli, ma sto semplicemente concludendo un
percorso di doppio mandato per complessivi otto anni; un
limite che non solo condivido, ma per il quale mi sono
sempre battuto, nelle Acli e nell’US. Se c’è un luogo,
un ambito in cui la decisione è stata presa, quell’ambito
è la coerenza che ho sempre tentato di esprimere; se c’è
una data, è quella in cui ho presentato la candidatura
per essere rieletto al Congresso di Montesilvano. |
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Non mi sarei ricandidato neppure se ci fossimo trovati
in condizioni critiche o di difficoltà, poiché mi sarei
considerato il primo e maggiore responsabile della crisi
e delle difficoltà. Mi sostituirà un dirigente che è una
garanzia. Ho conosciuto Marco Galdiolo nel 1989 al
Congresso di Ferrara e nacque da allora un’amicizia
profonda ma soprattutto una collaborazione intrisa di
lealtà e rispetto reciproco. Se c’è bisogno della mia
esperienza, Marco sa che può contare su di me. Egli è
allo stesso tempo tanto simile e tanto diverso da me,
tanto quanto serve per essere un degno Presidente di
questa nostra grande associazione. |
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Consegnando la fascia di capitano esco dal campo non
solo dopo otto anni, ma dopo 26 anni di ininterrotta
presenza nella Presidenza Nazionale: più della metà
della mia vita. |
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Non completamente soddisfatto del risultato della
squadra e tantomeno della prestazione personale, esco
però dal campo con la maglietta sudata, come quei
giocatori che hanno dato tutto. Se per un qualsiasi
sortilegio fosse possibile andare indietro nel tempo, a
rivisitare le pagine della mia vita, alcune le
ritoccherei, altre le riscriverei completamente ma
questa pagina scritta insieme a tutti voi la lascerei
interamente così come è stata. |
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Insieme a Marco, devo ringraziare un po’ di persone:
- la mia famiglia che ha sopportato i miei ritmi;
- i 3 presidenti che mi hanno preceduto:
Vittorio Villa che decise di investire su un
giovanotto che nel 79 era stato l’ultimo degli eletti
nel Congresso della sua Provincia;
Pino Bendandi che mi volle in Presidenza e mi affidò
i primi incarichi delicati;
Vincenzo Menna che prima mi portò alle Acli e poi mi
consegnò la guida dell’US; |
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- i Presidenti delle Acli coi quali ho avuto la
possibilità di lavorare: Giovanni Bianchi, Franco
Passuello, Gigi Bobba, Andrea Olivero;
- Nicola e Gianni, compagni di tante cene che
inevitabilmente finivano per prolungare la giornata di
lavoro;
- Marinella che da mia formatrice è diventata custode
delle mie ansie, delle mie paure, delle mie gioie;
- tutti i colleghi di Presidenza dall’83 ad oggi;
- tutti i ragazzi e le ragazze che hanno lavorato in
sede nazionale;
- Renata che ho stressato col mio disordine;
- e tutti voi. |
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Qualcuno tra di Voi mi prende amabilmente in giro perché
farcisco i miei discorsi con le frasi delle canzoni. Il
problema è che in questi anni ho comprato tanti libri e
tanti altri me ne hanno regalati, ma non ho avuto il
tempo di leggerli. Perciò faccio riferimento per le
citazioni, e gli exergo ai compagni di viaggio dei miei
60.000 Km. annui. Il mio attuale “filosofo” di
riferimento si chiama Lorenzo Cherubini e voglio
chiudere con le parole di una sua canzone dedicata ad
una donna e che penso si adatti bene anche alla mia
storia d’amore con l’US Acli. |
A te che mi hai trovato
All’angolo coi pugni chiusi
Con le mie spalle contro il muro
Pronto a difendermi
Con gli occhi bassi
Stavo in fila
Con i disillusi
Tu mi hai raccolto come un gatto
E mi hai portato con te
A te io canto una canzone
Perché non ho altro
Niente di meglio da offrirti
Di tutto quello che ho
Prendi il mio tempo
E la magia
Che con un solo salto
Ci fa volare dentro all’aria
Come bollicine
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
A te che sei il mio grande amore
Ed il mio amore grande
A te che hai preso la mia vita
E ne hai fatto molto di più
A te che hai dato senso al tempo
Senza misurarlo
A te che sei il mio amore grande
A te che mi hai insegnato i sogni |
E l’arte dell’avventura
A te che credi nel coraggio
E anche nella paura
A te che sei la miglior cosa
Che mi sia successa
A te che cambi tutti i giorni
E resti sempre la stessa
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Essenzialmente sei
Sostanza dei sogni miei
A te che non ti piaci mai
E sei una meraviglia
Le forze della natura si concentrano in te
Che sei una roccia sei una pianta sei un uragano
Sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano
A te che hai reso la mia vita bella da morire, che
riesci a render la fatica un immenso
piacere,
a te che sei il mio grande amore ed il mio amore grande,
a te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di
più,
a te che hai dato senso al tempo senza misurarlo,
a te che sei il mio amore grande ed il mio grande amore,
A te che sei, semplicemente sei, sostanza dei giorni
miei, sostanza dei sogni miei… |
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